lunedì 17 luglio 2017

Dos Passos - Manhattan Transfer



L'incontro su “Manhattan Transfer” di John Dos Passos, nostra penultima tappa nella letteratura americana della prima metà del '900, è avvenuto il 27 aprile. La memoria non assiste molto l'estensore di queste note che non ricorda come si è svolto il banchetto che ritualmente precede il librarsi del gruppo nella disamina critica.... Ma sarà stato come sempre soddisfacentissimo.
Il libro è piaciuto molto a tutti. E c'era da scommetterci per vari motivi.
Anzitutto, disabituati come siamo alla sperimentazione letteraria (roba del secolo scorso), toccarla – o ritoccarla - con mano significa capire che essa non solo non ostacola ma invoglia la lettura. Alla fine si capisce, insomma, come nei casi migliori di incontri letterari, che si è fatta un' “esperienza”, nel senso più pieno del termine.
Secondo, per chi c'è stato come per chi non c'è stato, New York È gli Stati Uniti, il paese che stavamo visitando con le letture.
Quindi anzitutto, una scrittura potente, originale, che, si potrebbe dire, “governa” la trama, e la visione della città.

Molti autori di blog letterari (oltre a quelli della carta stampata) hanno dedicato ultimamente molto spazio ai libri non solo di Dos Passos, ma anche di Fitzgerald, Hemingway, Steinbeck, per un motivo molto semplice: questi autori, che fino agli anni '70 del '900 erano studiati, stampati e letti, a un certo punto sono stati abbandonati dai lettori e dalle case editrici. Da qualche anno sono riprese le ristampe, e in particolare il nostro libro è stato ristampato nel 2002 e poi nel 2012, dopo un'eclissi di circa 50 anni....
John Dos Passos (1896-1970) pubblicò il romanzo nel 1925. L'odore del crollo della Borsa, avvenuto quattro anni dopo, si sente da tutte le parti.

All'inizio del libro ci accoglie uno scenario potente, fatto di acqua: l'acqua in movimento, sporca e piena di detriti del porto (bucce d'arancia... onde vedastre); poi i moli, le banchine e i ponti di traghetti altrettanto sporchi. E poi rumore, molto rumore (arganisaracinesche che si alzano). Poco distante, l'odore del carbone, delle uova fritte. Si è detto che questo è un romanzo olfattivo e uditivo ed è vero.
Emblematicamente i primi due personaggi che incontriamo sono di opposta estrazione sociale. Il primo, Bud Korpenning, è un giovane che viene dalla campagna a New York sognando di emanciparsi dal suo passato (che contiene anche un delitto) e che, molte pagine dopo, a sogno infranto, vediamo gettarsi dal ponte di Brooklyn. Il secondo, Ed Thatcher, è un oscuro contabile con molte ambizioni ma molto mediocre, che va a trovare la moglie che ha appena partorito una figlia, Ellen, che vedremo crescere e diventare una delle protagoniste del romanzo, un'affascinante e riconosciuta attrice di teatro, all'apparenza solida e affidabile, in realtà di una freddezza emotiva sconcertante.
Il personaggio di Ellen è costruito nello stesso modo in cui Dos Passos costruisce l'immagine della realtà, a macchia di leopardo, per frammenti quasi cubisti, per elementi spezzati, non dialoganti, contraddittori. Ellen è non a caso il personaggio che più ci ha fatto discutere...
E poi c'è tutto un mondo di personaggi che si muovono nella città le cui azioni girano attorno a uno scopo centrale: fare soldi, stando attenti a non farseli rubare (“Dollari” è il titolo del terzo capitolo), e affermarsi nella società (un altro modo per dire la stessa cosa); alcuni totalmente sbandati e distrutti dall'abuso di alcool, trasversalmente rispetto alla classe sociale d'appartenenza.
Per affermarsi e per avere successo si accetta di vivere in costante alternanza tra estremi “di sovraeccitazione e di angoscia” (vedi link al libro di Mauro Pala, “Allegorie metropolitane”, qui sotto), di esaltazione e di presentimento di rovina, rovina spesso incarnata dal fuoco, che distrugge palazzi, devasta i corpi.


Nell'ottimo articolo che si trova a questo link: http://www.leparoleelecose.it/?p=6791, si dice che questo non è un romanzo corale, piuttosto un romanzo collettivista, nel senso che i destini sono tutti sullo stesso piano, ma ciò non toglie che ciascuna storia sia nitida e contenga un destino che sembra già scritto. Un piano inclinato verso l'autodistruzione, si direbbe. Se non è un coro sembra un arazzo, un grande arazzo con storie diverse su uno stesso sfondo, piegato secondo l'angolo di visuale del protagonista del momento.

L'"Ulisse" di Joyce era stato pubblicato tre anni prima e il flusso di coscienza si impone (lo userà anche Faulkner, ne “l'Urlo e il Furore”, pubblicato nel fatidico 1929) ma Dos Passos lo spezza e lo piega in un infinito numero di dialoghi mantenendone però il ritmo implacabile e trascinante.

Forse non c'è modo migliore per immaginarsi la città che in questo documentario di Paul Strand del 1921, cui non a caso, si disse che Dos Passos si sia ispirato. Il suo titolo è “Manhatta”.
Eccolo:




lunedì 27 marzo 2017

The moon is down

Continuando con la letteratura nord-americana, rieccoci ad un Nobel: John Steinbeck (1902-1968) vincitore per l'anno 1962 con la seguente motivazione: "Per le sue scritture realistiche ed immaginative, che uniscono l'umore sensibile e la percezione sociale acuta".
Apprese di aver vinto il premio Nobel dalla TV, stava seguendo la notizia della crisi dei missili a Cuba.
Ci siamo incontrate (il femminile è d'obbligo perché l'unico partecipante al gruppo di sesso maschile non era presente) il 28 febbraio, martedì grasso, tutte tranne una, giustificatissima, perfettamente allineate con l'impegno di presentarci mascherate da … libro letto. Per carità di patria non si riporta la descrizione di tutte le maschere ma una menzione speciale va a “Canne al vento” e a “Tenera è la notte”....

Lo Steinbeck de La luna è tramontata ci è piaciuto molto, uno stile asciuttissimo e una trama altrettanto asciutta ma con caratteri via via più simbolici, inaspettatamente. Ma poi abbiamo letto che questo è vero, pur se con molte differenze, anche per “Uomini e topi” e “Furore”.
Una storia tragica, sebbene narrata con ironia, che nonostante tutto contiene forti elementi di speranza “umanistica” si potrebbe dire, cioè di fiducia nella capacità umana di riuscire, davanti a un pericolo collettivo, a conservare la dignità, ciascuno per tutti. Dal suo discorso al conferimento del Nobel:

La diffusione della letteratura non si deve a un clero scialbo e fiacco, intento a salmodiare litanie in chiese vuote, né è un giochino per eletti isolati dal mondo, i rozzi mendicanti della disperazione a basso costo. La letteratura è antica quanto la parola. È scaturita dal bisogno stesso dell’uomo per essa, e non è cambiata, se non per il fatto di essere diventata ancor più indispensabile. Ritengo che lo scrittore che non creda appassionatamente nella perfettibilità dell’uomo non abbia alcuna devozione per la letteratura né diritto di appartenervi.”



Nel Galileo di Brecht, un testo teatrale uscito nel 1943, quasi in contemporanea con La luna è tramontata, c'è la famosa frase: “Felice la terra che non ha bisogno di eroi”. Una eco, un'affinità involontaria ? questo è il contributo al riguardo di Luisa Marigliano:

Tra i suoi personaggi non ci sono eroi, eroine, perché hanno coraggio ma anche paura, sono impulsivi ma anche riflessivi, affrontano con serenità l’invasione, la morte, ma ne sono anche angosciati. È un romanzo antibellico, antimilitarista. Il paese è conquistato con facilità e con la connivenza di un traditore “locale”. Ma l’anima delle cittadine/dei cittadini non si fa mai prigioniera del nemico. I pensieri dei personaggi ci dicono che nella guerra non c’è poesia, eroismo, allegria; nella guerra c’è solitudine, dolore, sangue, isolamento, odio. Del resto la luna non tramonta. Il tramonto della luna è un’illusione proprio come è un’illusione che la guerra si concluda con vincitori e vinti, la guerra lascia solo sconfitti. Il riferimento del titolo è forse al “Macbeth” di Shakespeare. Poco prima che Banquo incontri Macbeth, deciso ad uccidere Duncan, chiede a suo figlio Fleance: “How goes the night, boy?” e Fleance risponde: ”The moon is down; I have not heard the clock” quasi ad evocare simbolicamente la discesa del male sulla città.

Abbiamo amato moltissimo tutti i personaggi, il sindaco, la cuoca, la giovane vedova del ragazzo che viene giustiziato. E riconosciuto la grande profondità psicologica nel trattare i caratteri dei nazisti (nel libro non si dice mai che lo sono, ma sono riconoscibili uno ad uno con i loro atteggiamenti di accettazione, quasi da contabili della morte, degli ordini ricevuti, i loro tic, le loro idee balzane sul dovere).

Fu Pavese a far conoscere Steinbeck – e a introdurre così la letteratura americana in Italia - traducendo “Uomini e topi” nel 1937 ma a noi è venuto in mente un parallelo significativo, stilistico e di contenuto, tra due incipit: quello de “La luna è tramontata” e quello de “I ventitrè giorni della città di Alba” di Beppe Fenoglio.

Steinbeck:
Alle dieci e quarantacinque tutto era finito. La città era occupata, i difensori abbattuti e la guerra finita.
Fenoglio:
Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell'anno 1944

Una piccola notazione sul cibo, sempre di Luisa Marigliano, visto che i nostri incontri sono sempre anche gastronomici:

Steinbeck si adattava a mangiare ciò che il territorio gli offriva. Si racconta che per un certo periodo della vita californiana tenne una mucca col cui latte preparava burro, formaggio. Quando abitò a Long Island mangiava tanto pesce e frutti di mare. In Inghilterra aveva una piccola proprietà dove coltivava verdure e ortaggi. Un vero antesignano del consumo a chilometro zero! La sua pietanza preferita era una zuppa messicana a base di carne di maiale rosolata con le cipolle, cui a metà cottura vengono aggiunti il mais, il cumino e altre spezie a piacere.  


Tender is the night

Dopo Hemingway è stata la volta di Francis Scott Fitzgerald, e il libro scelto è stato Tenera è la notte
Naturalmente qualcuno di noi l'aveva già letto e – come succede – ha riportato impressioni diverse dalla sua prima lettura nel nostro incontro del 31 gennaio 2017. 
La genesi e la storia editoriale del romanzo sono tormentate. All'inizio Fitzgerald voleva scrivere la storia di un delitto a sangue freddo. Il personaggio principale si chiamava Francis Melarky e doveva, alla fine della storia, uccidere sua madre. A un certo punto incontrava una coppia, Seth e Diana Pipers e il loro amico Abe Grant. In Tenera è la notte i Pipers diventano i Diver, Abe Grant diventa Abe North e la storia prende decisamente un'altra piega. Nel 1934 esce la versione che abbiamo letto nella traduzione di Fernanda Pivano, comparsa in Italia nel 1949. Nel 1951 viene pubblicata una edizione che tiene conto di alcuni dei molti rimaneggiamenti che Fitzgerald aveva apportato nel corso di nove anni dalla prima stesura, ma che non rispetta però alcune delle raccomandazioni dello scrittore. Questa edizione è tutta centrata sul personaggio di Rosemary. Si può dire che nessuna delle due edizioni è quella che l'autore avrebbe voluto fosse considerata la “versione” definitiva. 

 La storia si svolge in Costa Azzurra dove realmente Scott Fitzgerald e la moglie Zelda Sayre risiedettero, giungendovi da Parigi nell'estate del 1924, con la figlia Scottie e la governante. Portavano anche diciassette tra bauli e valigie nonché un'edizione completa dell'Enciclopedia Britannica. Al suo editore Max Perkins Fitzgerald scrive da S. Juan les Pins: «Sono felice come non lo ero da anni. È uno di quei momenti strani, preziosi e così fuggevoli, in cui tutto nella vita sembra andare bene». Tutto effettivamente sembra andare bene, Scott lavora a Il Grande Gatsby e per questo affitta una villa sulla collina di Saint-Raphaël. Ma la crisi arriva con una relazione che Zelda intrattiene con un pilota (il Tommy Barban del romanzo). La coppia decide di partire per l'Italia e lì passa l'inverno. Un breve ritorno in America vede lo sprofondare nell'alcool di Scott, il tentativo maniacalmente perseguito da Zelda di diventare ballerina e la conoscenza della giovane attrice Lois Moran, che ispirerà a Scott il personaggio di Rosemary in Tenera è la notte. 
Lois Moran

Quando ritornano in Costa Azzurra, ormai nel 1929, a un passo dalla crisi economica che chiuderà un'epoca, vanno a Cap d'Antibes e lì conoscono una coppia di americani, Gerald e Sara Murphy. I Fitzgerald affittano una villa (oggi Hotel Belles Rives), teatro del repertorio completo della gioventù bella (ricca) e dannata: feste, ubriacature, scazzottate, deliri e tentativi di suicidio. Zelda ha la prima manifestazione psicotica e viene ricoverata in una clinica svizzera. Dopo un anno, nel 1931, sembra essersi ripresa e la coppia torna negli Stati Uniti. Segue una ricaduta di Zelda nella malattia mentale e di Scott nell'alcolismo. È in questa cornice - e ciò è abbastanza indicativo della creazione letteraria – che viene completato il romanzo che abbiamo letto.... Non seguiremo più le biografie (troppo sarebbe da scrivere, compresi un tentativo letterario della stessa Zelda, stroncato dalla critica ufficiale e da quella del marito, e la sua passione per la pittura ...) se non per ricordare la morte di entrambi, quella di Scott nel 1940, all'età di 44 anni per un attacco di cuore e quella di Zelda nel rogo della clinica in cui era ricoverata ad Asheville, nel 1948, all'età di 48 anni.


Zelda Sayre nel 1922 

Come si è visto, molto nel libro è stato preso dalla vita reale, tanto che sebbene tecnicamente non sia un romanzo autobiografico quasi tutti i personaggi sono riconoscibili (e infatti sono stati puntualmente riconosciuti). I due principali, Dick e Nicole Diver, ricordano, per il loro essere fulcro catalizzatore del mondo che gli ruota intorno, i Murphy, ma nella psicologia “sono” i Fitzgerald, lui estremamente affascinante, gentile e di una non comune capacità introspettiva, lei di una bellezza soprannaturale, di fronte alla quale le bellezze “mondane” sembrano di cartapesta. Ma questa patina dorata, sapientemente costruita, è adagiata su anime profondamente ferite: Nicole schizofrenica, Dick suo psichiatra che fallisce nella missione di medico-salvatore-innamorato. Un romanzo che trasuda dolore, e il dolore di un'intera generazione, un declino inesorabile seguito impietosamente passo passo con uno stile lontanissimo dall'asciuttezza di Hemingway, preciso ma allo stesso tempo allusivo e ricercato.

Tenera è la notte non ebbe successo e ciò è sicuramente dovuto in primo luogo, come da più parti si è scritto, e come lo stesso scrittore riconosceva, alla sproporzione tra la varie parti. Il nocciolo tragico nel centro, la storia di Rosemary, piuttosto noiosa, preponderante nella prima parte.... Così si espresse lo stesso Fitzgerald: 


 “Il difetto più grande è che il vero inizio del libro, ossia la storia del giovane psichiatra in Svizzera, è relegato a metà del romanzo” 

E se è difficilissimo costruire un romanzo equilibrato nelle sue parti usando un materiale così dolorosamente autobiografico, l'incoerenza, il procedere per “frammenti brillanti e disordinati” (Nugnes), crea uno stile variabilissimo, a volte prosaico, a volte prezioso e raffinato, a volte disarticolato, a seconda delle situazioni che descrive. Tutto questo restituisce un senso innegabile di verità e di aderenza ai momenti raccontati. Prendiamo una sola citazione, che non a caso riguarda il dolore. È a p. 204 dell'edizione Einaudi: 

 “Si scrive di cicatrici guarite, un parallelo comodo della patologia della pelle, ma non esiste una cosa simile nella vita di un individuo. Vi sono ferite aperte, a volte ridotte alle dimensioni della puntura di uno spillo, ma sempre ferite. I segni della sofferenza sono confrontabili piuttosto con la perdita di un dito o della vista di un occhio. Possiamo non perderli neanche per un minuto all'anno, ma se li perdessimo non ci sarebbe niente da fare.” 

Infine il titolo: viene da una poesia di John Keats, Ode a un'usignolo, un canto di desiderio di immortalità di cui riportiamo i versi della quarta stanza (in inglese endecasillabi). 

IV. 
Via ! Via da qui ! Verso di te voglio volare, non sul carro di Bacco e dei suoi leopardi, ma sulle invisibili ali della Poesia, nonostante la mia torpida mente sia tarda e perplessa; però con te! Tenera è la notte, e chissà, forse la Regina Luna è sul suo trono, circondata da una miriade di Fate stellate; Però qui non c'è altra luce che quella che giunge dal cielo soffiata dalla brezza attraverso verdi ombre e sentieri umidi e tortuosi! 

 Trad. di E. De Clermont-Tonnerre




martedì 27 dicembre 2016

Fiesta (ovvero lo zio Ernest)

Ecco un post a cura di Andrea Colasanti, conoscitore e amante dello zio Ernest....


Martedì 22 novembre si è svolta la discussione su “Fiesta” primo libro di Ernest Hemingway, in un clima poco parigino e non troppo toreador con l’eccezione di un paio di bottiglie di vino rosso e un Fundador. Sul tavolo facevano bella mostra di sé alcune vecchie versioni di “Fiesta”, segno che il libro ha segnato più la fase giovanile di alcuni partecipanti al convivio che quella attuale.
Appare subito chiaro che non tutti hanno finito il libro, trovando forse la storia poco coinvolgente.
Eppure Hemingway, Nobel nel 1954, è stato un faro per due generazioni di scrittori americani e “Fiesta” un romanzo di formazione per generazioni di ventenni.
Ernest Miller Hemingway (Oak Park, 21 luglio 1899 – Ketchum, 2 luglio 1961) è stato scrittore e giornalista statunitense. Condusse una vita turbolenta, fece parte della comunità di espatriati americani a Parigi durante gli anni venti, si sposò quattro volte. Ricevette il Premio Pulitzer nel 1953 per “Il vecchio e il mare”, e vinse il Premio Nobel per la letteratura nel 1954.
Lo stile letterario di Hemingway, ebbe una significativa influenza sullo sviluppo del Romanzo americano del XX secolo. Molte delle sue opere sono considerate pietre miliari della letteratura americana.
I suoi romanzi, in ordine cronologico, sono:

1926 - The Sun Also Rises (Fiesta: Il sole sorgerà ancora)
1929 - A Farewell to Arms (Addio alle armi)
1932 - Death in the Afternoon (Morte nel pomeriggio)
1935 - The Green Hills of Africa (Verdi colline d'Africa)
1937 - To Have and Have Not (Avere e non avere)
1940 - For Whom the Bell Tolls (Per chi suona la campana)
1950 - Across the River and Into the Trees (Di là dal fiume e tra gli alberi)
1952 - The Old Man and the Sea (Il vecchio e il mare)

Hemingway ebbe una vita avventurosa: ragazzo del ’99 volontario in Italia durante la prima guerra mondiale, ferito e decorato; volontario nella guerra civile spagnola; sbarcato in Normandia come giornalista al seguito delle truppe americane; amico di Fidel Castro; gran viaggiatore; gran bevitore; boxeur dilettante; appassionato di caccia e pesca; allevatore di gatti; padrino di noti cocktail cubani. Ha distribuito tutto questo nei suoi romanzi.
Ha terminato la sua vita a 62 anni sparandosi con il suo fucile da caccia.

Nel 1926, a 27 anni, pubblica il suo primo romanzo, scritto in 48 giorni: “The sun also rises” (“Fiesta”) ispirato ad avvenimenti realmente accaduti durante una estate passata a Pamplona con alcuni amici e una lady inglese in attesa di divorzio. La trama è abbastanza semplice ed i dialoghi molto serrati. In estrema sintesi, è la storia di un Amore Impossibile, ben condito da grandi bevute, viaggi, scazzottate, corride e pesca alla trota. Tutto il libro si può racchiudere nell’ultimo magistrale dialogo tra i due protagonisti principali: Jake, giornalista americano a Parigi, reso impotente da una ferita di guerra, e Brett, affascinante e spregiudicata Lady inglese, oggetto di desiderio e di contrasto all’interno del gruppo.
"Oh, Jake" disse Brett. "Noi due saremmo stati bene assieme."
Di fronte a noi su una pedana, un poliziotto in kaki dirigeva il traffico. Alzò la sua mazza. La macchina improvvisamente rallentò, spingendo Brett contro di me.
"Già" dissi io, "non è bello pensare così?"
(votata come numero 1 “Famous Last Words: Our 20 Favorite Final Lines in Literature”: Best pessimistic diagnosis of a resigned and wistful generation)

TRAMA
Jake è un giornalista americano corrispondente da Parigi per l’Herald Tribune, ferito, nel corpo e nel morale, durante la prima guerra mondiale. A Parigi frequenta un gruppo di nullafacenti sbevazzoni che conduce una vita inutile e dispendiosa, girovagando per locali notturni (gli americani sfuggivano così gli orrori della guerra e del proibizionismo imperante negli States). Polo di attrazione di questo gruppo è Lady Brett, una bella e disinibita donna inglese che turba gli animi e gli ormoni della maggior parte degli uomini della compagnia. Questa atmosfera sarà immortalata dall’appellativo di “Lost Generation”, affibbiato da Gertrude Stein e poi descritto dallo stesso Hemingway nel romanzo postumo “Festa Mobile”.
Il gruppetto decide di recarsi a Pamplona per vedere le corride organizzate durante la Fiesta di San Firmino (7 luglio), al seguito di Jake, vero Aficionado delle corride. Prima di arrivare a Pamplona, Jake si concede alcuni rilassanti giorni di pesca in compagnia dell’amico Bill mentre Robert Cohn e Brett passano una notte insieme, rovinando per sempre la vita del giovane ebreo e contribuendo ad incrinare l’umore del gruppo per il resto del libro.
L’atmosfera dell’Encierro e gli alcolici bevuti a profusione scaldano rapidamente gli animi del nostro gruppo di amici e i dialoghi si fanno sempre più fitti e spigolosi per culminare in insulti nervosi e virili scazzottate.
Durante una corrida Brett ha un colpo di fulmine per Romero, un giovane e tenebroso torero che la omaggerà con le orecchie dei tori da lui uccisi. La relazione tra i due susciterà l’indignazione degli Aficionados spagnoli che inorridiscono alla vista della perdizione del giovane e promettente toreador.
Finita la Fiesta il gruppo si sfalda. Brett scappa con il torero, Jake torna verso la Francia con Bill e Mike, il fidanzato di Brett, ma i tre si dividono al confine tra Spagna e Francia. Jake si gode ancora qualche giorno di vacanza solitaria al mare quando riceve un telegramma di Brett da Madrid che chiedeva il suo aiuto. Jake corre da lei e la trova in un piccolo hotel, sola e in lacrime. Ha capito che doveva lasciar andare Romero, per il bene del ragazzo, e tornare da Mike. I due protagonisti se ne vanno in taxi per Madrid condividendo la tristezza per una vita che non è stata.

INNOVAZIONI E TEMI TRATTATI
La trama apparentemente semplice sottende in realtà molte tematiche più o meno esplicite.
Gli americani che iniziano a fare veramente gli Americani, ovvero a sentirsi liberi, ricchi e superiori nella vecchia Europa più che a casa loro. La Guerra, vista attraverso la sventura personale del protagonista. La pesca, la natura, la corrida, elementi, insieme alla caccia, che ritornano spesso in quasi tutti i libri di Hemingway. L’antisemitismo latente: il personaggio Robert Cohn viene sempre etichettato “Jew” ed è sempre il più escluso dal gruppo ed il meno coinvolto nella Fiesta. Il personaggio femminile per la prima volta così disinibito: divorziata, beve, fuma, sceglie e cambia uomini a suo piacimento e gli uomini si azzuffano per lei. Ma è al tempo stesso fragile, triste ed insoddisfatta. (NdR: Grazia Deledda riceveva il premio Nobel nel 1926, anno di pubblicazione di Fiesta. Qualche differenza tra i personaggi femminili??).
Nel libro serpeggia anche una morale che spinge a provare tristezza per queste persone infelici, sbronze, inconcludenti e litigiose. Jake, il protagonista, sembra essere l’unico personaggio con delle regole “morali”: ha un lavoro regolare, si lascia andare meno degli altri alle ubriacature, è più indulgente e tollerante degli altri. Anche Lady Brett alla fine si dimostra meno egoista e spregiudicata di quello che lasciava apparire e i suoi dialoghi più intimi con Jake lasciano trasparire sensibilità e fragilità.
Le varie traduzioni italiane sono decisamente datate ed attutiscono il ritmo breve, secco e veloce tipico di Hemingway.

Ecco le nostre edizioni, dopo cena

Deviazione oltreoceano: “L'Urlo e il Furore” di William Faulkner



Per dare finalmente spazio all'esigenza molto sentita nel gruppo, almeno da una parte di esso, di fare un'incursione di più titoli nella letteratura americana, abbiamo iniziato da Faulkner, rendendoci immediatamente conto che ci eravamo imbattuti in un altro Nobel (sarà una maledizione?), ricevuto dallo scrittore nel 1949 con questa motivazione: Per il suo potente e artisticamente unico contributo al romanzo moderno americano”

Come ricorda Attilio Bertolucci nella postfazione dell'edizione Einaudi, nel 1929 uscivano sia “Addio alle armi” di Ernest Hemingway (che il premio lo riceverà nel 1954) sia “L'Urlo e il Furore” di Faulkner. Ma i rispettivi autori stavano prendendo strade diverse:
mentre il primo si attarda a gustare aperitivi sulle terrasses della Riva Sinistra parigina […] sotto l'ala protettrice, la tutela un po' ironica, dell'esule americana volontaria Gertrude Stein, l'altro torna nel Sud natio a verificare la lezione dei moderni, soprattutto quella di James Joyce, sulla realtà della piccola patria nobile e degradata dalla quale finirà per non distaccarsi più”.
W.Faulkner, L'urlo e il furore, p. 313

La storia si svolge nella contea di Yoknapatawpha: una regione immaginaria, ma che può essere situata nel Mississipi, stato in cui Faulkner è nato, nel 1897, nella contea reale di New Albany.


Il romanzo si compone di quattro capitoli il titolo di ciascuno dei quali è una data. Diamo un'occhiata:

Sette aprile 1928
Due giugno 1910
Sei aprile 1928
Otto aprile 1928

Sembrerebbe una storia in tre giorni con un lontano flashback. Sì e no. Già nel primo capitolo, quando a parlare è Benjamin, un membro della famiglia Compson, il racconto è fitto di flashback che rimontano ad un passato lontano, alla fine dell''800 quando, con suo padre Jason, appartenente alla quarta generazione da quella del capostipite Quentin Compson, giunto in Mississipi dalla Scozia alla fine del '700, inizia la lunga, inarrestabile decadenza della famiglia. 
Famiglia formata da personaggi con lo stesso nome: si stenta per esempio a riconoscere in Quentin una ragazza, ma poi si capisce che le è stato dato il nome dello zio morto suicida, morbosamente legato alla sorella Caddy, madre appunto di Quentin e sorella anche di Benjamin e di Jason.
La famiglia Compson per Faulkner rappresenta la disintegrazione dell'Old South, degli Stati Uniti del Sud prima della Guerra Civile, quando le spinte alla modernità affogano nella palude dei rapporti morbosi, dell'emotività malata e autodistruttiva di tutti i personaggi, pur diversissimi tra loro. Sono le loro voci a parlare, a partire da Benjamin e con l'esclusione di Caddy che non partecipa al racconto, ma la cui prepotente sessualità e soprattutto la fortissima spinta alla trasgressione è la pietra d'inciampo su cui rotolano tutti gli altri personaggi, oltre se stessa. È il piano inclinato verso la rovina di tutti e di ciascuno e per qualcuno si sostanzierà in una meschina attitudine al ricatto economico e alla prepotenza (Jason), per qualcun'altro in una esistenza disperata e un'altrettanto disperata fine (Quentin, zio di Quentin-ragazza, figlia di Caddy, che ha tratti caratteriali presi dalla madre e dallo zio), per altri in una inarginabile e allucinata ipocondria (la madre Catherine). L'unica voce narrante che non è parte della famiglia, ma che è “con” la famiglia da sempre, è la governante di colore Dilsey, l'unico essere umano che fa da argine alla distruzione, e il cui nipote, Luster, è l'unico che riesce ad accudire nel modo migliore perché istintivo e senza sovrastrutture l' “idiota” Benjamin. È di Dilsey, comprensibilmente, l'ultima voce di questa labirintica, faticosa, terribilmente affascinante epopea del fallimento.

È cosa risaputa ma è bene ricordarla, il titolo viene da una citazione del Macbeth:

Life's but a walking shadow, a poor player
That struts and frets his hour upon the stage
And then is heard no more: it is a tale
Told by an idiot, full of sound and fury,
Signifying nothing.


Per un (impossibile) riassunto nonché per alcuni spunti di riflessione rimandiamo a questo interessante contributo:



domenica 25 dicembre 2016

Il mare non bagna la Foresta Vergine

Note sulla lettura di "Ferito a morte" di Raffaele La Capria e "Il mare non bagna Napoli" di Anna Maria Ortese


La curatrice di questo blog non è riuscita a dare conto di ben tre incontri che si sono succeduti dall'estate 2016 al dicembre di questo stesso anno.
Cerca ora di rimediare.

Dopo l'estate ci siamo visti per parlare di “Ferito a morte” di Raffaele La Capria e de “Il mare non bagna Napoli” di Annamaria Ortese. Il grado di separazione con la lettura precedente era molto diretto: Camus ci aveva lanciato un richiamo mediterraneo dall'Algeria, e noi lo abbiamo ripreso in Italia, a Napoli.

Si può dire che il romanzo di La Capria (Napoli, 1922) comincia in mare perché nella prima scena il protagonista Massimo, appisolato nel soggiorno di casa sua, sta sognando di inseguire una spigola sott'acqua. Deve tirare sulla spigola, ma manca l'azione e la spigola si rintana in qualche anfratto. La spigola ha un nome, si chiama Occasione Mancata ed è il simbolo di tutto quello che Massimo non riesce a fare, o per una sua “pigrizia maledetta” o per l'abbraccio asfissiante della “Foresta Vergine”, nome che lui dà a Napoli, immagine-simbolo della sua prepotente bellezza e della sua impenetrabilità, della sua terribile “naturalità”.
Quasi in dormiveglia, Massimo inizia a raccontare e da questo momento in poi siamo costretti – pena la non comprensione di ciò che leggiamo - a sintonizzarci con un flusso di coscienza fatto di rapide immagini, rapidi accenni a persone con nome e cognome, caratterizzate in modo fulmineo, cui si attacca – come le patelle allo scoglio – qualche considerazione più profonda. Il racconto è costruito su flash back di tipo particolare: La Capria non ti avverte che il Massimo che parla ora è quello del ricordo, ci devi arrivare lasciandoti andare, e il “flusso” dei “quasi-pensieri” è veramente acquatico. Anzitutto nella descrizione della cosiddetta “bella giornata” che apparentemente non è altro che una giornata di sole al mare, ma che in realtà si annuncia come il miracolo di una giornata perfetta, colta in “un'esagerazione di luce” con l'acqua che è “una meraviglia”, un tempo perfetto in cui si è integri e soprattutto si è padroni di sé, delle proprie relazioni, delle proprie aspettative.
Un'illusione dunque, che sfuma ogni volta che la giornata finisce ma che comunica anche a noi che leggiamo un residuo di bellezza ineffabile che si sedimenta e che rende difficile pensarsi felici altrove. Sì perché Massimo sta per partire ma non si decide. Un amico, Gaetano, che ha già fatto la scelta, gli scrive lettere per spronarlo. Ma Gaetano, che “neanche nuotare sa”, potrebbe mai capire che ciò che trattiene Massimo è “ritrovare uno solo di quei giorni intatto com'era, ritrovare una mattina per caso uscendo con la barca me stesso al punto di partenza – e rimettere tutto a posto da quel punto” ?
Massimo vive in Palazzo Medina (sappiamo che è il Palazzo Donn'Anna, realmente abitato da La Capria con la famiglia), un palazzo che per via di quella Natura che a Napoli ha sempre la meglio sulla Storia, e che qui ha il nome di bradisismo, lentamente è affondato in acqua. Lo guarda e non può fare a meno di pensare, visto che il palazzo la città non la può lasciare, che entro alcuni secoli, forse proprio in una bella giornata, il palazzo sprofonderà e i pesci nuoteranno nelle stanze irriconoscibili per le incrostazioni marine. “Solo questione di tempo”.
Nella seconda parte (gli ultimi tre capitoli) Massimo, che già si è trasferito a Roma, torna in vacanza a casa, incontra di nuovo i suoi amici. Sono passati pochi anni ma hanno lasciato il segno. Sasà, l'irresistibile Sasà, vive di espedienti, come ha sempre fatto del resto, ma la sua figura non ha più l'alone dorato di quand'era giovane. Ogni tanto anche lui sale a Roma, l'inverno a Napoli è insopportabile, a lui ci vuole l'estate. Ma altro che estate ci vuole per Napoli: la città ha appena iniziato l'ennesima discesa negli inferi, quella del sacco dei palazzinari, della speculazione edilizia più spregiudicata, raccontata da Francesco Rosi in “Le mani sulla città” film del 1963 sceneggiato appunto da Raffaele La Capria.
È il secondo libro di La Capria, un romanzo di formazione che somiglia a un romanzo della maturità, venne pubblicato nel 1961, anno in cui vinse il Premio Strega, ma era già pronto per la pubblicazione nel 1956. Romanzo di formazione, esistenziale, ma anche romanzo sperimentale, di denuncia... Alla fine rimane un'eco, come quella che si sente accostando una conchiglia all'orecchio: è lo sciabordio dei remi, le chiacchiere di una gioventù spensierata che finirà in un imbuto, il rumore dei pensieri tra sé e sé, il rumore che si fa apparecchiando la tavola.

A proposito di tavola, nel nostro incontro del 20 settembre, per un'esigenza di sobrietà, era stata bandita la cena luculliana (che poi è rientrata prepotentemente nei due incontri successivi visto che, soprattutto quando è “in tema” aiuta a sentire più vicini gli autori) e quindi inseriamo qui alcune riflessioni (di Luisa Marigliano) su cibo e letteratura, soprattuto legate a Napoli. Riflessioni che introdurranno ad Anna Maria Ortese.

La Capria in ‘Ferito a morte’ descrive un pranzo domenicale in cui viene servito un timballo di pasta. Ho visto nel Timballo sia ‘La Bella Giornata’ che ‘La Foresta Vergine’ di cui scrive La Capria in ‘Ferito a morte’. Il Timballo ha una forma che ricorda una scultura, la sua bellezza ti cattura ancor prima del suo sapore. Sta lì in mezzo al tavolo come una Bella Giornata piena di promesse. Poi vai oltre la sua ‘crosta’ e trovi un groviglio di pasta che si intreccia e che ricorda una Foresta.
La Bellezza e la bontà del timballo ti catturano e non ti lasciano andare sino a quando il vassoio non sarà vuoto. Quando lo avrai tutto consumato ti sentirai troppo pieno, non avrai altro spazio dentro di te, non avrai la forza di fare altro se non di scivolare in un sonno agitato. Napoli è una città così bella, così piena che non ti lascia spazio, quando ci vivi ti cattura e ti annienta. Malia dalla quale Raffaele, ‘Dudù’, La Capria, pur amandola, è scappato.

È quello che ha fatto anche Anna Maria Ortese (Roma, 1914-Rapallo, 1998), fuggita da una città dalla quale si è sentita rifiutata..
Nel suo libro ‘Il mare non bagna Napoli’ la Ortese scrive di cibo nel racconto ‘Interno familiare’ : “In tavola, in tavola! Gridò la Finizio, entrando nella stanza con un vassoio su cui fumava la zuppiera di porcellana bianca, piena di mille occhietti gialli del brodo … Avevano già consumato l’antipasto, e stavano assaggiando i primi tagliolini, con piccoli sospiri di soddisfazione…”. Ma non c’è pace né dentro casa né fuori. Dentro, Anastasia, la figlia maggiore, si era illusa con il ritorno di Antonio, un vicino di casa, che si potesse realizzare il suo sogno di ‘maritarsi’, sogno che si infrange quando le raccontano dell'imminente matrimonio di Antonio. Ma solo quando Anna, la sorella minore, si sposerà Anastasia sarà definitivamente zitella. Fuori ‘un brusio, un’onda larga e segreta di suoni, di sospiri che vengono dal cortile” li rende partecipi della morte di una vicina, donn’Amelia. Sul pranzo di Natale scende la tristezza.

La Ortese si preoccupava del costo del cibo, sempre attenta a risparmiare a causa delle sue difficoltà finanziarie, parla di salatini, non accenna mai al cucinare. Per il suo grande amore e rispetto verso gli animali esprime il suo dolore per il consumo della carne che richiede l'uccisione degli animali.

Il mare non bagna Napoli” uscì nel 1953 ma tutti abbiamo letto l'edizione Adelphi del 1994 che contiene un'introduzione scritta dall'autrice. Quattro anni prima di morire Ortese pensa dunque di scrivere un'introduzione al libro scritto quarant'anni prima e la intitolata Il “Mare”come spaesamento”. La scrive molto probabilmente per saldare i conti con un passato pieno di incomprensioni e di grande dolore, un dolore evidentemente ancora così vivo da rendere aspra anche questa specie di riconciliazione, come segnala l'inciso nella frase finale:
Resta il fatto piuttosto malinconico (o solo inconsueto?) che tanto la Napoli offesa (era poi veramente offesa o solo un po' indifferente? ), quanto la persona accusata di averle inventata una atroce nevrosi, non si siano, in seguito, più incontrate: proprio come se nulla fosse avvenuto.”
"Il mare non bagna Napoli", p. 11.

Ma andiamo per ordine: la raccolta si apre con due racconti, di sapore neo-realista, Un paio di occhiali e Interno Familiare, menzionato sopra a proposito del cibo. Il terzo racconto, Oro a Forcella, è un breve reportage, piuttosto allucinato, su una visita al monte dei pegni. Proprio in un brano di questo racconto c'è la frase che dà il titolo al libro:
Non occorreva molto per capire che qui gli affetti erano stati un culto, e proprio per questo erano decaduti in vizio e follia; … Qui, il mare non bagnava Napoli. Ero sicura che nessuno lo avesse visto, e lo ricordava. In questa fossa oscurissima, non brillava che il fuoco del sesso, sotto il cielo nero del sovrannaturale.
Ibidem, p. 67
Subito dopo, c'è il reportage intitolato “La città involontaria”, lunga discesa nelle viscere della città, attraverso il III e IV Granili, edificio borbonico costruito da Ferdinando Fuga e destinato alla raccolta del grano, ma con continui cambiamenti d'uso e via via sempre più deteriorato anche nella struttura. Nel degrado dell'edificio, all'epoca della visita della Ortese, si era impiantato un numero enorme di senzatetto (“tremila persone, divise in cinquecentosettanta famiglie, con una media di sei persone per famiglia”) che non è una comunità ma una massa informe, malata, arrabbiata o dolente. Un dipinto di Goya, si direbbe, talmente grottesco e oscuro che qualcuno di noi ha pensato che la visione non era obiettiva e che Anna Maria Ortese abbia dato reale sostanza ad una allucinazione. O, al meglio, ad una esagerazione emotiva. Conoscendo la sua produzione letteraria e il suo rapporto con Napoli, possono essere vere entrambe le supposizioni.


E infine l'ultima parte, quella che tanto scalpore destò quando il libro uscì. Una sezione intitolata significativamente “Il silenzio della ragione” in cui la scrittrice dà conto, con spietatezza, dell'ambiente intellettuale del suo tempo. Gli intellettuali descritti (con nomi e cognomi) sono visti all'interno delle loro case, con le loro piccolezze, i loro tic, le loro speranze frustrate di costituire un'avanguardia meridionale che finalmente faccia sollevare la città attraverso l'uso della Ragione. Ci sono pagine memorabili e ritratti al vetriolo che possono essere fatti solo da chi, in una data situazione, sta al contempo troppo dentro e troppo fuori. Impossibile da riassumere e da analizzare criticamente, non è il caso di questo blog, ci basta rimandare a un bell'articolo di Nello Ajello (che dello stesso ambiente faceva parte) basato su un'intervista alla scrittrice fatta a Milano in occasione della pubblicazione di Adelphi: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1994/05/15/ortese-spacca-napoli.html

e, tanto per rimanere in tema, alle amare parole di La Capria:
Milan Kundera dice che perfino il romanzo a chiave, quello in cui sotto il nome di un personaggio si riconosce una persona vera ed identificabile, «è una cosa esteticamente equivoca e moralmente scorretta». E aggiunge che «prima di pubblicare un libro (l'autore) dovrebbe preoccuparsi di nascondere accuratamente le chiavi che potrebbero rendere riconoscibili (i personaggi), anzitutto per un minimo di riguardo dovuto a chi avrà la sorpresa di scoprire nel romanzo qualche frammento della propria vita». Però ne Il mare non bagna Napoli la Ortese è andata ben oltre il limite del romanzo a chiave, e ha avuto ben meno di un minimo di riguardo verso le persone, perché non di qualche frammento delle loro vite si è impadronita ma, come ho detto, di tutto, e tutto ha spiattellato sotto gli occhi di tutti, perfino il numero dei capelli sul cranio della moglie di uno di loro! 
Napolitan graffiti: come eravamo, Milano: Rizzoli, 1998, p.116

S.Erasmo ai Granili (1972-1974), foto di Gian Luigi Gargiulo

lunedì 11 luglio 2016

Di nuovo nel Mediterraneo alla ricerca del padre
Il primo uomo di Albert Camus

non ho mai potuto rinunciare alla luce, alla felicità di esistere, alla vita libera in cui sono cresciuto



Un po' vittime un po' complici della nostra storia, ci siamo imbattuti in un altro Nobel. Il passaggio è stato guidato dalla nostra lettura precedente, Zorba il greco: nel 1957 infatti, Nikos Katzantzakis, l'autore di Zorba, aveva mancato il premio per un solo punto. L'aveva vinto Camus, che gli scrisse una lettera molto bella. E allora, Camus.
Dello scrittore franco-algerino abbiamo scelto Il primo uomo e di questo abbiamo discusso durante il nostro incontro del 14 giugno. Due di noi hanno letto Lo straniero e magari poi, se ne avranno voglia, aggiungeranno un post per tutto il gruppo.
Il primo uomo ci è piaciuto moltissimo, tanto che alcune sere dopo abbiamo organizzato un piccolo cine-club per vedere il film di Gianni Amelio.

Camus è un gigante, senza se e senza ma. Si laurea in filosofia nel 1936 con una tesi sui rapporti tra Ellenismo e Cristianesimo nelle opere di Plotino e S. Agostino (Metafisica cristiana ed ellenismo) proprio quando l'Europa sta per sprofondare nel baratro della seconda guerra mondiale. Camus, nato nel 1913, aveva già da tempo fatto i conti con il dolore: aveva contratto la tubercolosi, considerata ai tempi inguaribile, che lo riprenderà diverse volte, e aveva perso suo padre, morto giovanissimo nella battaglia della Marna, durante la prima guerra mondiale, nell'ottobre del 1914.
Nel 1937 abbandona il Partito Comunista cui aveva aderito nel '34, continua gli studi di filosofia e, tra ritorni ad Algeri e soggiorni parigini, entra nella Resistenza. Nel 1943 viene pubblicato Lo straniero. La rottura con Sartre si consuma tra il 1951 e il 1953 e le bordate che spararono l'uno contro l'altro sono leggenda, ma qui non entriamo nel dettaglio. Piuttosto, attraverso alcuni brani del discorso fatto durante il conferimento del premio, osserviamo, in un solo colpo d'occhio, l'uomo, lo scrittore, la sua morale, la sua azione (per inciso, prima della rottura, proprio questo disse di lui Sartre: "l'ammirevole congiunzione di una persona, di un'azione e di un'opera"). Ecco dunque alcune frasi:

La missione dello scrittore è fatta ad un tempo di difficili doveri; per definizione, non può mettersi oggi al servizio di coloro che fanno la storia: è al servizio di quelli che la subiscono.
[...] Il silenzio di un prigioniero sconosciuto e umiliato all'altro capo del mondo sarà sufficiente a trarre lo scrittore dal suo esilio, ogni volta, almeno, che arriverà, pur nei privilegi della libertà, a non dimenticare questo silenzio e a divulgarlo con i mezzi dell'arte.
[…] Nessuno di noi è abbastanza grande per una simile vocazione. Ma in tutte le circostanze della sua vita […] lo scrittore può ritrovare il sentimento di una comunità vivente che lo giustifichi, alla sola condizione che accetti, finché può, i due impegni che fanno la grandezza della sua missione. Essere al servizio della verità e della libertà.
[…] Qualunque siano le nostre debolezze personali, la nobiltà del nostro mestiere avrà sempre le sue radici in due difficili impegni: il rifiuto della menzogna e la resistenza all'oppressione.

Poi questa, di lucidità implacabile:
Ogni generazione, senza dubbio, si crede destinata a rifare il mondo. La mia sa che non lo rifarà.

E infine:
La verità è misteriosa, sfuggente, sempre da conquistare. La libertà è pericolosa, dura da vivere quanto esaltante. Dobbiamo marciare verso questi due obiettivi, con fatica ma decisi, ben consci dei nostri errori in un così lungo cammino.

Il primo uomo è stato pubblicato postumo nel 1994, a cura della figlia Catherine, sulla base di un manoscritto che si trovava in una sacca nell'automobile in cui Camus trovò la morte nell'incidente del 4 gennaio del 1960. Da quanto risulta dalla sua biografia, è un libro scritto in un momento molto difficile: la rottura con Sartre e le polemiche seguite al conferimento del Nobel lo fanno sentire sempre più isolato. Ha forse bisogno di tornare a sé e – come dice sua figlia “per dire chi è dice da dove viene”. Il “dove” è l'Algeria, Mondovi, la povera stanza in cui è nato in una notte di violenti temporali, è Belcourt, il sobborgo operaio di Algeri, dove la madre si sposta con la famiglia e dove la raggiunge la notizia della morte del marito.
Ma questo “dove” è inscritto in un altro, più grande, quello del “primo uomo” ed è il mondo indicibilmente duro, ricolmo di conflitti, di odio, di malattia e di morte che i francesi si trovano davanti quando sbarcano come coloni nel 1848: invece della terra promessa che si aspettavano si ritrovano letteralmente in una palude, in balia delle piogge, delle continue incursioni degli arabi che li vogliono cacciare, dei leoni di Numidia (quelli con la criniera nera, come è specificato nei taccuini aggiunti al racconto) che ruggiscono di notte fuori delle tende in cui i coloni si sono accampati nella più totale promiscuità e in condizioni di igiene disastrose. Ci vogliono almeno quattro anni perché dalle tende passino alle case e si stabiliscano in una convivenza sempre difficile con la popolazione araba locale. Circa un secolo dopo, gli algerini si liberano attraverso una guerra cruentissima, che dura dal 1954 al 1962, in seguito alla quale la stragrande maggioranza dei francesi pieds noirs, come erano appunto i Camus, lasciano il paese. Non così la madre dello scrittore, che rimane ad Algeri.
Camus scrive questo suo ultimo romanzo mentre tutto ciò sta avvenendo, mentre il suo “dove” si sgretola e la sua posizione è incompresa da tutte e due le parti: per lui non c'era differenza tra un povero arabo e un povero francese, Algeria araba e Algeria francese erano la stessa cosa, cioè il suo paese, il suo sole, il suo mare, la struggente bellezza dei pomeriggi di gioco sfrenato di quando era bambino....
Fermiamoci qui perché è impossibile riassumere tutto quello che ci sarebbe da dire intorno al libro e alla figura di questo grande intellettuale e torniamo alla trama del libro, a prima vista sfilacciata poi sempre più coinvolgente e incredibilmente commovente.
L'inizio – quello che ha colpito molti di noi – è quasi epico, con il calesse carico di bauli che si fa strada nella tempesta per consegnare infine una stremata partoriente in una casa sconosciuta nelle mani di alcune donne sconosciute che l'aiutano a “fare da sé” ben prima che arrivi il dottore. È la madre di Camus, Catherine, e inizia così il suo soggiorno in Algeria.
Secondo capitolo. Jacques Cormery (alias dello scrittore) è a Saint-Brieuc, in Francia, cercando la tomba di suo padre Henry, morto nell'ottobre del 1914. Trova la tomba, fa un rapido calcolo: suo padre aveva ventinove anni quando morì, lui ne ha quaranta.
Parte allora la ricerca del parte, suscitata dal desiderio di ridare dignità di memoria a questo povero morto dimenticato, cercare di scoprire chi era.
Ritorno ad Algeri, dialoghi con la madre amatissima, sempre distante nella sua quasi sordità, recupero a poco a poco di tutta l'infanzia, un'infanzia in cui un padre non c'è. C'è una nonna tagliata con l'accetta, pilastro della casa, terrificante nelle sue punizioni, c'è uno zio, strano di testa ma molto bello, c'è un maestro intelligente che permetterà a Jacques lo scarto decisivo, quello dell'emancipazione attraverso la studio, la scuola. Tutto ciò con una scrittura attaccata agli esseri umani, a quel che sono e a quel che diventano, che ne restituisce in modo quadrimensionale la figura, per noi che non c'eravamo, lì, nella polvere assolata di Belcourt ma che a fine lettura sapremmo quasi descrivere l'odore della nonna, di Pierre, l'amico che lo accompagna fino alla fine. E soprattutto non dimenticheremo mai il senso profondo della solidarietà dell'uomo che scrive verso il mondo che ha abitato: mai esibita come una medaglia ma anzi vissuta attraverso dubbi e conflitti, perseguita quasi come se avesse in sé una necessità superiore, l'unica possibilità di riscatto che ha l'uomo per giustificare la sua permanenza in un mondo assurdo.

“Solitaire – solidaire” lo descrive la figlia, forse Camus è tutto in questa antinomia.

Camus con i figli Catherine e Jean