Nel nostro incontro di martedi 27 ottobre abbiamo parlato dei libri di Joseph Conrad che avevamo scelto di leggere, La linea d'ombra e Cuore di Tenebra.
Quando ci vediamo per discutere di un libro e per scegliere il titolo del prossimo, non ci diamo mai dei compiti precisi - vige una sorta di anarchia ben temperata - perciò anche questa volta ognuno ha portato quello che più gli sembrava interessante per il confronto.
Luisa aveva portato un utilissimo schema che riassumeva la complicatissima vita del nostro autore, Sonia e Laura alcuni articoli, Rossella la prefazione a Il negro del Narciso, in cui è esposta la poetica letteraria dell'autore. È tutto qui, in calce alle note.
Il nostro giudizio è stato molto positivo, in generale. Conrad, nonostante la definizione un po' snob di Virginia Woolf (un "ospite illustre" della letteratura inglese), è uno scrittore grande, grandissimo. La sua capacità di descrivere le ambiguità che si annidano nel profondo dell'animo umano immensa.
La consistenza più esatta del personaggio principale è proprio nel suo punto di massima ambiguità. Così per Kurtz in Cuore di tenebra, così per la voce narrante de La linea d'ombra.
Si è detto che, essendo il mare sfondo quasi unico dei suoi racconti e romanzi, quasi un iper-personaggio, gioco forza i personaggi sono sempre maschili visto che sulle navi di donne non ce n'erano - e pure adesso sono pochine. Ma non è un mondo solo al maschile: le insofferenze apparentemente senza motivo, le intuizioni fortuite e illuminanti, gli atti meschini e la potenza dei momenti di solitudine, forzata o meno, sono comprensibili appieno da una lettrice.
Lo stesso linguaggio marinaro, così preciso e ricorrente, non è che un lettore maschio lo abbia necessariamente tanto più a portata di mano. Inoltre, si diceva, all'interno di una visione metaforica, che Conrad permette, anzi sembra a volte incoraggiare nei suoi libri, le fasi di bonaccia e di improvvisa tempesta possono richiamare anche esperienze femminili, quelle durante il travaglio per esempio.
La lettura psicologico/psicanalitica, della Linea d'ombra, è anch'essa trasversale quanto al genere: il momento del passaggio dal mondo dell'indistinzione adolescenziale al mondo adulto (che è quello che il protagonista descrive) ha per tutti una "linea d'ombra", una fase depressiva dalla quale sembra non si possa o non si voglia uscire (la bonaccia).
Come si vede i commenti sono stati più su La linea d'ombra che su Cuore di Tenebra perché quest'ultimo non era stato letto da tutti e perché effettivamente più ostico (dando anche solo un'occhiata in rete ci si rende conto di quanto qui l'ambiguità, anche sulla questione coloniale, renda la lettura molto problematica). Si è sottolineata la potenza della suggestione della tenebra, che Conrad descrive in tutte le sue forme: all'inizio, quando immagina gli uomini delle truppe dell'impero romano immersi nella grande tenebra inospitale delle foci del Tamigi, in mezzo a barbari che si annidano nel buio (qualcuno ha richiamato "Aspettando i barbari" di Coetzee, anche per il personaggio di Kurtz), la tenebra degli alberi spropositati lungo le rive toccate dal brigantino nella "missione" in Africa, tenebra anche quando c'è il sole, un sole feroce.
Dalla prefazione al Negro del Narciso di Joseph Conrad
Un’opera che aspiri, per quanto umilmente, a dignità d’arte, deve recare la propria giustificazione in ogni riga. E l’arte stessa può definirsi un tentativo sincero di rendere la massima giustizia all’universo visibile con il porre in luce la verità molteplice ed una, che sta sotto a ogni sua apparenza. È il tentativo di scoprire nelle sue forme, nei suoi colori, nella sua luce, nelle sue ombre,
nelle apparenze della materia e nei fatti della vita, ciò che in ciascuno di essi è fondamentale, ciò che è durevole ed essenziale - la loro qualità unica, determinante e chiarificatrice - la verità stessa del loro esistere.
[...] l’artista si richiama a quella parte del nostro essere che non dipende dalla sapienza; a ciò che in noi è dono e non cosa acquisita, più durevole quindi, e permanente. Egli parla alla nostra facoltà di gioia e di meraviglia, al senso del mistero che circonda le nostre vite; al senso della pietà, della
bellezza, e del dolore; al senso latente di comunanza con il resto del creato e all’elusiva ma invincibile fede in una solidarietà che unisce la solitudine di cuori innumerevoli, a quella solidarietà
nei sogni, nella gioia, nel dolore, nelle aspirazioni, nelle illusioni, nella speranza, nella paura, che lega gli uomini uno all’altro, che lega tutta insieme l’umanità, i morti ai vivi e i vivi a coloro che verranno.
[...] E se la sua coscienza è pulita, la sua risposta a coloro che chiedono [...] di essere istruiti, consolati, divertiti, di essere prontamente migliorati, o incoraggiati o impauriti, o scioccati, o ammaliati [...] deve essere questa: "Il mio scopo [..] è, attraverso il potere della parola scritta, di farvi ascoltare, di farvi sentire, ma prima di tutto di farvi vedere. Questo è tutto, e nulla più. Se ci
riuscirò, troverete qui, secondo i vostri desideri: incoraggiamento, consolazione, paura, fascino - tutto quello che domandate - e, forse, anche quello scorcio di verità che avete dimenticato di
chiedere.
Di seguito alcune note biografiche su Conrad:
Joseph Conrad (Teodor Jósef Konrad Naleçz Korzeniowski)
Prima fase della sua vita
3.12.1857 - Nasce da Apollo Korzeniowski (patriota, letterato, traduttore) e da Evelina Bobrowska
(di lingua francese), nei pressi di Berdicef, in una zona che era stata parte del Regno di Polonia ma
che era allora un territorio sotto il controllo della Russia (oggi in Ucraina)
1862 - il padre viene arrestato per attività sovversive e condannato all’esilio nel nord della Russia
1865 - la madre segue il marito in esilio ma si ammala e muore a 34 anni. Joseph va a vivere con la
nonna e lo zio Tadeusz
1866 - il padre ottiene la libertà condizionata e porta con sé il figlio a Cracovia e Leopoli
1869 - il padre si ammala di tbc e muore. Joseph ritorna a vivere dallo zio
1873 - visita la Svizzera e, per la prima volta, fa una breve traversata da Venezia a Trieste.
Seconda fase della sua vita
1874 - Conrad parte per Marsiglia. Si imbarca sul veliero "Mont Blanc" e raggiunge la Martinica.
Al ritorno si imbarca nuovamente per le Antille.
1877 - a bordo di una piccola nave ,"Tremolino" (rievocata ne "Lo specchio del mare")
contrabbanda armi a favore dei carlisti. Per impedire la cattura da parte degli spagnoli fa naufragare
la nave che si schianta sugli scogli.
Terza fase della sua vita
Joseph va in Inghilterra, si imbarca sul "Mavis" e va a Costantinopoli.
Torna in Inghilterra e fa servizio lungo le coste inglesi. Su di un altro veliero raggiunge Sydney. Sul piroscafo "Europa" viaggia per il Mediterraneo. Quando ripartirà sul veliero "Loch Etive" ha i galloni di terzo ufficiale
1881- si imbarca sul "Palestine" come secondo ufficiale. La nave, diretta a Bangkok, si incendia e
Conrad ritorna in Inghilterra. Si imbarca sul "Riversdale" diretto a Madras ma litiga con il capitano e va a Bombay, dove trova un ingaggio sul "Narcissus". Prende il brevetto di primo ufficiale, raggiunge Singapore e poi Calcutta
1886 - ritorna in Inghilterra. Ottiene la cittadinanza inglese e il grado di capitano di lungo corso.
Partecipa ad un concorso letterario bandito dalla rivista "Tit-bits" con il racconto “The black mate” ("L'ufficiale dai capelli neri").
1887 - inizia a scrivere il romanzo “La follia di Almayer” e va a Giava come primo ufficiale sul veliero "Highland forest". A Singapore è vittima di un incidente e viene ricoverato all’ospedale di Singapore. Ristabilitosi, riparte con il piroscafo "Vidar" con destinazione Malesia, Borneo, Isole Celebes (oggi Sulawesi)
1888 - il capitano del brigantino "Otago" muore e Conrad eredita il comando della nave. Dal porto di Bangkok raggiunge l’isola Maurizio. Dopo 14 mesi si dimette e fa ritorno in Polonia dallo zio Tadeusz. Quando lascia nuovamente la Polonia raggiunge il Congo, dovrebbe prendere il comando di un battello fluviale ma si ammala. Lascia il Congo e torna a Londra. Si ammala nuovamente e va
a curarsi in Svizzera. Una volta guarito fa ritorno a Londra dove dirige un magazzino di merci. Poi si imbarca e ritorna in patria per 2 mesi
1890 - va in Congo per lavorare con la società anonima belga dell’Alto Congo. Ma viene colpito da febbre e dissenteria. Sarà ricoverato un mese in ospedale a Londra
1894 - si reca a Rouen per imbarcarsi per il Canada. Ma prima di salpare abbandona la nave e, dopo vent’anni di viaggi, mette fine alla sua carriera di marinaio. Ha finito di scrivere “La follia di Almayer”.
Quarta fase della sua vita
1895 - l’editore Fisher Unwin pubblica “La follia di Almayer”
1896 - pubblica “Il reietto delle isole” e sposa con rito civile Jessie George, figlia ventiduenne di un libraio
1897 - scrive “Il negro del Narciso”, “Karain”,“Il ritorno”
1898 - nasce il figlio Borys. Scrive “Gioventù”. Inizia a lavorare sia a “Lord Jim” che a "Cuore di tenebra”
1900/1901 - scrive “Tifone”
1903/1904 - “Nostromo”
1905 - ottiene un sussidio di 100 sterline al mese dal governo inglese, vive in ristrettezze, i suoi libri vendono poco e sta per nascere il secondo figlio
1906 - nasce John Alexander, conclude “L’agente segreto”
1910 - compone il “Compagno segreto”
1911 - compone “Un briciolo di fortuna”
1912 - scrive "Freyra delle sette isole" e il romanzo "Vittoria"
1905/1912 - scrive “Destino” che gli dà improvvisamente uno stato di agiatezza
1915 - scrive “La linea d’ombra” dedicandolo al figlio Borys, prossimo ad andare in guerra
1915 - è in viaggio in Austria; riesce ad evitare l’internamento dovuto alla sua cittadinanza britannica, e torna in Inghilterra
1918 - va in Corsica per raccogliere materiale per un romanzo di ispirazione napoleonica
1923 - si reca in America. È l’ultima volta che viaggia per mare.
3.8.1924 muore a Bishopsbourne, nel Kent. La pietra tombale nel cimitero di Canterbury lo ricorda con il nome Joseph Teador Konrad Korzeniowski
Di seguito due articoli di cui si è discusso:
Michele Mari, Quando l'arte di scrivere viene dal mare, Corriere della sera 2 novembre 1998
Claudio Magris, Nascere è cadere in mare, Corriere della sera, 12 agosto 2003
giovedì 5 novembre 2015
martedì 3 novembre 2015
Stato dell'arte del nostro gruppo, per riprendere un discorso.....
Questo blog è nato qualche anno fa per tenere memoria dei nostri incontri e aggiungere link, foto, video.
Sono belli i nostri incontri, qualsiasi sia l'autore, ognuna* porta argomenti e materiali che sembrano fatti apposta per rimbalzare attorno alla tavola. Sì perché naturalmente si tratta di un simposio, di un convivio, nella migliore tradizione umanistico/mediterranea. A volte è capitato persino di farle a tema le cene. Memorabile quella cinese, dopo la lettura di Mo Yan e memorabile pure lo sformato a forma (scusate il bisticcio) di isola di Shikoku, dopo la lettura di Kenzaburo Oe.
Il blog è stato per un po' silente.... Tutte molto multitasking per necessità o per vocazione (o per tutte e due le cose), l'abbiamo perso per strada, succede. Ma da qualche tempo ci dicevamo che era il caso di riattivarlo perché a causa del vino conviviale molto spesso la lucidità si offusca e così la capacità mnemonica, ed è un male perché la letteratura e gli scambi letterari aggiungono sale alla vita.
Eccoci dunque qui a fare il punto.
Nel primo anno di attività avevamo scelto il generico tema "adolescenza" ma presto ci era venuto a noia (siamo tutte, chi più chi meno, stufarelle) e così ci siamo orientate verso una categoria "alta", i Nobel. Facendo delle deviazioni dovute a volte a come ci girava, ma spesso sull'onda di una suggestione dalle letture fatte.
Anzitutto ecco cosa abbiamo letto nei due anni precedenti. Ma niente paura! Sono solo solo elenchi di libri letti (nell'ordine in cui ci sono piaciuti) poi seguirà un post con un riassunto di quello che ci siamo dette durante l'ultimo incontro, su Joseph Conrad.
Durante l'estate del 2015 abbiamo letto un libro di Anna Bikont, Joanna Szczęsna, Cianfrusaglie del passato. La vita di Wisława Szymborska.
*fino al 2014 siamo state solo donne, dal 2015 s'è aggiunto un amico di una di noi.
I ciclo
Virginia Woolf - La signora Dalloway
Natalia Ginzburg - Le piccole virtù
Murakami Haruki - After Dark
Doris Lessing - Il sogno più dolce
Maria Pia Veladiano - La vita accanto
Elena Ferrante - L'amica geniale
Michela Murgia - Accabadora
Silvia Avallone - Acciaio
Massimo Ammanniti - Crescere con i figli
II ciclo
Alice Munro - In fuga
Carson McCullers - Riflessi in un occhio d'oro
Mo Yan - Sorgo rosso
J.M. Coetzee - Aspettando i barbari
J.M.G. Le Clézio - Il continente invisibile
Herta Müller - Cristina e il suo doppio
Orhan Pamuk - Il mio nome è rosso
Mario Vargas Llosa - Diario di una ragazza cattiva
III ciclo
Mary McCarthy - Il gruppo
Toni Morrison - Amatissima
Alice Walker - Il colore viola
José Saramago - Il memoriale del convento
Nadine Gordimer - Nessuno al mio fianco
Kenzaburo Oe - La vergine eterna
Vladimir Nabokov - Lolita
Nagib Mahfuz - Notti delle mille e una notte
Sono belli i nostri incontri, qualsiasi sia l'autore, ognuna* porta argomenti e materiali che sembrano fatti apposta per rimbalzare attorno alla tavola. Sì perché naturalmente si tratta di un simposio, di un convivio, nella migliore tradizione umanistico/mediterranea. A volte è capitato persino di farle a tema le cene. Memorabile quella cinese, dopo la lettura di Mo Yan e memorabile pure lo sformato a forma (scusate il bisticcio) di isola di Shikoku, dopo la lettura di Kenzaburo Oe.
Il blog è stato per un po' silente.... Tutte molto multitasking per necessità o per vocazione (o per tutte e due le cose), l'abbiamo perso per strada, succede. Ma da qualche tempo ci dicevamo che era il caso di riattivarlo perché a causa del vino conviviale molto spesso la lucidità si offusca e così la capacità mnemonica, ed è un male perché la letteratura e gli scambi letterari aggiungono sale alla vita.
Eccoci dunque qui a fare il punto.
Nel primo anno di attività avevamo scelto il generico tema "adolescenza" ma presto ci era venuto a noia (siamo tutte, chi più chi meno, stufarelle) e così ci siamo orientate verso una categoria "alta", i Nobel. Facendo delle deviazioni dovute a volte a come ci girava, ma spesso sull'onda di una suggestione dalle letture fatte.
Anzitutto ecco cosa abbiamo letto nei due anni precedenti. Ma niente paura! Sono solo solo elenchi di libri letti (nell'ordine in cui ci sono piaciuti) poi seguirà un post con un riassunto di quello che ci siamo dette durante l'ultimo incontro, su Joseph Conrad.
Durante l'estate del 2015 abbiamo letto un libro di Anna Bikont, Joanna Szczęsna, Cianfrusaglie del passato. La vita di Wisława Szymborska.
*fino al 2014 siamo state solo donne, dal 2015 s'è aggiunto un amico di una di noi.
I ciclo
Virginia Woolf - La signora Dalloway
Natalia Ginzburg - Le piccole virtù
Murakami Haruki - After Dark
Doris Lessing - Il sogno più dolce
Maria Pia Veladiano - La vita accanto
Elena Ferrante - L'amica geniale
Michela Murgia - Accabadora
Silvia Avallone - Acciaio
Massimo Ammanniti - Crescere con i figli
II ciclo
Alice Munro - In fuga
Carson McCullers - Riflessi in un occhio d'oro
Mo Yan - Sorgo rosso
J.M. Coetzee - Aspettando i barbari
J.M.G. Le Clézio - Il continente invisibile
Herta Müller - Cristina e il suo doppio
Orhan Pamuk - Il mio nome è rosso
Mario Vargas Llosa - Diario di una ragazza cattiva
III ciclo
Mary McCarthy - Il gruppo
Toni Morrison - Amatissima
Alice Walker - Il colore viola
José Saramago - Il memoriale del convento
Nadine Gordimer - Nessuno al mio fianco
Kenzaburo Oe - La vergine eterna
Vladimir Nabokov - Lolita
Nagib Mahfuz - Notti delle mille e una notte
sabato 31 ottobre 2015
La signora Dalloway
Eccoci alle prese con un gigante della letteratura, Virginia Wolf.
La signora Dalloway è stata una digressione, una deviazione dalla strada maestra che abbiamo scelto di seguire: gli ultimi premi nobel per la letteratura, più precisamente i libri più venduti degli autori premiati. Il primo della lista è stato Il Sogno più bello, di Doris Lessing, la cui corposità e complessità ha messo in crisi più di qualcuno ma che, alla fine, ha stimolato molte riflessioni e qualche lettura. Tra queste, appunto, La signora Dalloway senza la quale, forse, Doris Lessing non sarebbe stata la stessa.
La signora Dalloway è stata una digressione, una deviazione dalla strada maestra che abbiamo scelto di seguire: gli ultimi premi nobel per la letteratura, più precisamente i libri più venduti degli autori premiati. Il primo della lista è stato Il Sogno più bello, di Doris Lessing, la cui corposità e complessità ha messo in crisi più di qualcuno ma che, alla fine, ha stimolato molte riflessioni e qualche lettura. Tra queste, appunto, La signora Dalloway senza la quale, forse, Doris Lessing non sarebbe stata la stessa.
Così, preso in mano il libro, ci siamo trovate a camminare per le strade di Londra condotte dalla penna magistrale di Virginia Woof. E camminando camminando abbiamo scoperto, come sempre, cose curiose e divertenti. Per esempio, questo blog , tutto dedicato a Clarissa Dalloway e alle sue passeggiate, che consente di conoscere i luoghi incantevoli di Londra visti con gli occhi di una persona d'altri tempi.
Virginia Woolf è morta nel 1941, epoca in cui l'umanità disponeva già di qualche supporto tecnologico. Così, grazie a un registratore, la sua voce è arrivata fino a noi. Magia? No, potenza di you tube!
Clicca qui per ascoltarla
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La vita di Virginia Wolf è stata raccontata in un romanzo di Michael Cunningham, The Hours. Nel 1999 il libro vinse il premio Pulizer e conquistò fama mondiale. Nel 2002 il romanzo inspirò il film omonimo di Stephen Daldry, mirabilmente interpretato da Nicole Kidman nel ruolo di Virginia Woolf. Di seguito la scena iniziale del film.
giovedì 11 aprile 2013
Open, la mia storia
Sto leggendo Open, l'autobiografia di Andre Agassi. Non avrei mai pensato che potessi interessarmi alla vita di un tennista, ma un giorno un amico mi ha inviato la sua recensione del libro. La potete leggere di seguito.
Grazie Paolo.
Amo il tennis. L’ho giocato tanto e lo seguo quando posso. Ancora adesso ogni tanto prendo la racchetta in mano. Erano tempi epici signori miei: Mc Enroe, Borg, Wilander, Connors. Ero giovane e avevo bisogno di eroi. Uno di quegli eroi era Andre Agassi. Quello che mi ha sempre colpito in lui erano due cose: lo sguardo e i piedi. Aveva uno sguardo sempre un po' smarrito, un po' strano. Qualcosa tipo “ma io cosa ci sto a fare qui?”
I piedi invece erano rivolti verso l’interno. Camminava strano quasi in punta di piedi. Il suo gioco era diverso da tutti gli altri. Sostanzialmente c’erano attaccanti e “fondo campisti”. Lui invece era una via di mezzo, colpiva la palla non mentre scendeva ma mentre saliva e tirava bombe che lasciavano gli altri a bocca aperta.
Avevo letto che il suo libro autobiografico, Open, fosse bello e me lo sono comprato. È in effetti molto bello e appassionante. La peculiarità sta nel fatto che ti fa meditare su un concetto molto particolare e molto forte che scopriamo mentre leggiamo le sue parole. Andre è stato costretto dal padre a giocare a tennis.
Grazie Paolo.
Amo il tennis. L’ho giocato tanto e lo seguo quando posso. Ancora adesso ogni tanto prendo la racchetta in mano. Erano tempi epici signori miei: Mc Enroe, Borg, Wilander, Connors. Ero giovane e avevo bisogno di eroi. Uno di quegli eroi era Andre Agassi. Quello che mi ha sempre colpito in lui erano due cose: lo sguardo e i piedi. Aveva uno sguardo sempre un po' smarrito, un po' strano. Qualcosa tipo “ma io cosa ci sto a fare qui?”
I piedi invece erano rivolti verso l’interno. Camminava strano quasi in punta di piedi. Il suo gioco era diverso da tutti gli altri. Sostanzialmente c’erano attaccanti e “fondo campisti”. Lui invece era una via di mezzo, colpiva la palla non mentre scendeva ma mentre saliva e tirava bombe che lasciavano gli altri a bocca aperta.
Avevo letto che il suo libro autobiografico, Open, fosse bello e me lo sono comprato. È in effetti molto bello e appassionante. La peculiarità sta nel fatto che ti fa meditare su un concetto molto particolare e molto forte che scopriamo mentre leggiamo le sue parole. Andre è stato costretto dal padre a giocare a tennis.
Il padre, di origini Iraniane/Armene, lo ha praticamente torturato da quando era piccolo. Aveva costruito un campo da tennis nel suo giardino e una macchina tipo cannone che sputava le palle da tennis a 100 km orari. Faceva riposare Andre solo quando tutto il campo era pieno di pallette e lui non poteva più tirarne una.
Insomma, Open è la storia di un campione di tennis che odiava il tennis. Bello no? Una specie di Amleto che vive tra Wimbledon e gli US Open. Capisce che la sua professione gli permette di vivere, ma odia vivere quella vita. Una contraddizione in termini che lo porta naturalmente ad alti e bassi, alla scelta di provare la droga per poi decidere di aprire una fondazione e aiutare i bambini disagiati.
Un uomo fragile e forte, un campione con i piedi storti.
Agassi ci racconta delle sue epiche partite contro Sampras, del suo amore con Stefi Graff e delle persone che lo hanno aiutato nella sua carriera a fare le scelte giuste e a non cadere nel vuoto più profondo.
Il libro è il prodotto di un lungo lavoro fatto da Agassi con J.R. Moehringer, giovane scrittore e giornalista vincitore persino di un Pulitzer. Moehringer non ha voluto mettere il suo nome sul libro per il rispetto della storia che era ed è solo di Agassi. Naturalmente viene citato dal campione e ringraziato per la sua professionalità.
Un bel libro che scorre come una partita di tennis piacevole e dura. Una piacevole sorpresa che raccomando a tutti i genitori che accompagnano i loro figli in piscina, nei campi di calcio, in palestra.
Guardatevi allo specchio e guardate i loro occhi.
E soprattutto controllate che le punte dei piedi non siano rivolte verso l'interno.
Buona lettura
Paolo Trippa
lunedì 18 marzo 2013
MIchela Murgia, la Sardegna e l'Accabadora
"Ci
sono buchi in Sardegna che sono case di fate, morti che sono colpa di
donne vampiro, fumi sacri che curano i cattivi sogni e acque segrete
dove la luna specchiandosi rivela il futuro e i suoi inganni. Ci sono
statue di antichi guerrieri alti come nessun sardo è stato mai,
truci culti di santi che i papi si sono scordati di canonizzare,
porte di pietra che si aprono su mondi ormai scomparsi, e mari di
grano lontani dal mare, costellati di menhir contro i quali le
promesse spose si strusciano nel segreto della notte, vegliate da
madri e nonne. C'è una Sardegna come questa, o davanti ai camini si
racconta che ci sia, che poi è la stessa cosa, perché in una terra
dove il silenzio è ancora il dialetto piú parlato, le parole sono
luoghi piú dei luoghi stessi, e generano mondi.”
Questa
è la terra di Michela Murgia, descritta
nel suo Viaggio
in Sardegna
(Einaudi, 2008), quella
che lei definisce”
il suo
baricentro,
il punto di vista da cui ha
sempre
guardato
il mondo. Una terra che non ha mai
lasciato e che descrive con tanta profondità e poesia da farne
innamorare chiunque.
Michela
Murgia, classe 1972, ha vinto il premio Campiello nel 2010 con il
libro Accabadora, oggetto della nostra prossima discussione (martedì
9 aprile).
Il
premio è arrivato, si dice, a sorpresa (ma non troppo): con 119
voti su 300 ha
battuto gli altri finalisti (Gad Lerner, Antonio Pennacchi, Gianrico
Carofiglio, Laura Pariani, Silvia Avallone). Ricevendo il premio alla Fenice di
Venezia, il
suo pensiero non è stato, come ci si poteva aspettare, per sua
madre, o per le sue due madri, ma a un'altra madre che in quel
momento rappresentava tutte le madri del mondo schiacciate dalla
violenza di una legge assurda:
"Dedico il premio non alla Sardegna che ora non ne ha
bisogno, ma a Sakineh, la giovane donna iraniana" condannata
alla lapidazione.
Quando parla Michela Murgia ha la lucidità e la capacità di
analisi di una combattente, una forza insolita che esercita
una attrazione quasi
magnetica.
Del resto è proprio per combattere, "per necessità", che ha iniziato a scrivere,
perché, come ha dichiarato in un'intervista “quando
niente
di quello che puoi fare farà la differenza, forse la
differenza la
devi fare con quello che puoi dire”.
Così
ha
aperto un
blog in cui raccontava
la sua esperienza di lavoro, denunciando sfruttamento e sopraffazioni. Dopo solo un mese e mezzo un editore ha letto i suoi post e le ha proposto la pubblicazione di un libro.
Ha
esordito nel 2006, senza aver mai scritto nulla prima di allora, con
un
libro sulla condizione dei precariato italiano,
Il
mondo deve sapere, un diario tragi-comico ambientato nel mondo dei call-center. Il
libro ispirerà
poi
il bellissimo film di Virzì Tutta
la vita davanti.
Prima
di raggiungere il successo, Michela Murgia ha svolto diversi lavori
che ha
definito
“tutti interessanti”. Uno di questi è stato il portiere di notte
in un albergo del
suo paese.
Chi l'assunse
cercava in realtà un uomo, ma lei seppe persuaderlo
che all'occorrenza sapeva essere un
uomo convincente.
Non
abbiamo dubbi.
sabato 2 marzo 2013
In attesa dell'Amica geniale
Mancano pochi giorni all'8 marzo, giorno in cui ci incontreremo per parlare dell'ultimo libro letto insieme, L'amica geniale.
E allora, nell'attesa, poche righe sull'autrice. Di Elena Ferrante, autrice del libro, non conosciamo molto, non sappiamo neanche se sia un uomo o una donna perché quello che usa per firmare i suoi libri è soltanto uno pseudonimo. Di lei sappiamo che ha vissuto a Napoli e che ha scritto sei libri in vent'anni. Quasi nient'altro.
Elena Ferrante ha scelto l'anonimato per difendere i suoi libri da un'idea preconcetta, per lasciare loro la libertà di esistere senza la tutela di un nome, di piacere o non piacere semplicemente per come sono scritti e non perché siano figli di qualcuno. In un'intervista rilasciata via e mail a Paolo di Stefano per il supplemento culturale del Corriere della Sera, risponde così alla domanda sulla sua identità nascosta:
E allora, nell'attesa, poche righe sull'autrice. Di Elena Ferrante, autrice del libro, non conosciamo molto, non sappiamo neanche se sia un uomo o una donna perché quello che usa per firmare i suoi libri è soltanto uno pseudonimo. Di lei sappiamo che ha vissuto a Napoli e che ha scritto sei libri in vent'anni. Quasi nient'altro.
Elena Ferrante ha scelto l'anonimato per difendere i suoi libri da un'idea preconcetta, per lasciare loro la libertà di esistere senza la tutela di un nome, di piacere o non piacere semplicemente per come sono scritti e non perché siano figli di qualcuno. In un'intervista rilasciata via e mail a Paolo di Stefano per il supplemento culturale del Corriere della Sera, risponde così alla domanda sulla sua identità nascosta:
Non si è mai pentita di aver scelto l’anonimato? In fondo le recensioni si soffermano più sul mistero-Ferrante che sulle qualità dei suoi libri. Insomma, con risultati opposti rispetto a quelli che lei auspica, cioè enfatizzando la sua ipotetica personalità?
«No, nessun pentimento. A mio modo di vedere, ricavare la personalità di chi scrive dalle storie che propone, dai personaggi che mette in scena, dai paesaggi, dagli oggetti, da interviste come questa, sempre e soltanto insomma dalla tonalità della sua scrittura, è nient’altro che un buon modo di leggere. Ciò che lei chiama enfatizzare, se è fondato sulle opere, sulla energia delle parole, è un onesto enfatizzare. Ben diversa è l’enfatizzazione mediatica, il predominio dell’icona dell’autore sulla sua opera. In quel caso il libro funziona come la canottiera sudata di una popstar, indumento che senza l’aura del divo risulta del tutto insignificante. È quest’ultima enfatizzazione che non mi piace».
L'amica geniale è un libro diverso dagli altri libri di Elena Ferrante e qualcuno ha parlato di una scrittura a più mani, forse con l'idea che uno scrittore, per essere riconoscibile, debba sempre mantenere una coerenza immobile. Ma non è forse la scrittura, come la recitazione, una tecnica di finzione?
giovedì 14 febbraio 2013
Il compito del traduttore. Murakami in italiano
Girando intorno a Murakami e al suo mondo, mi è capitato di leggere un articolo di Giorgio Amitrano, già uscito su Alias e poi pubblicato su un bel blog, Le parole delle cose, dove vi consiglio di andare a curiosare.
Giorgio Amitrano è il traduttore di
Murakami, la persona che ha il difficilissimo compito di trasformare
qualcosa in qualcos'altro rispettandone, tuttavia, la natura, il senso,
il ritmo.
“Tradurre
Murakami significa, dall’inizio alla fine, affrontare problemi
concreti, cercare pazientemente nella propria cassetta degli
strumenti la parola giusta e, una volta trovata, valutarne il colore,
il peso, la densità; giudicarla perfetta e doverla poi, con
rammarico, mettere da parte perché non “lega” col resto della
frase. Oppure capita di usare la lima per ridurre le ripetizioni,
sapendo che in giapponese sono accettate e in italiano no. Alcuni
giudicano la ripetitività di Murakami un difetto, ma anche se a
volte io stesso la trovo irritante, devo ammettere che le sue
ripetizioni non indeboliscono il racconto, anzi lo rafforzano. E alla
fine diventano una cifra stilistica. Per questo bisogna fare
attenzione. Limare troppo modificherebbe il profilo dei suoi testi,
alterandone i lineamenti. Allo stesso tempo, riprodurre integralmente
ogni ripetizione, ignorando che giapponese e italiano obbediscono a
diverse regole di logica e ritmo, provocherebbe nel lettore un
rifiuto.”
Il
lavoro del traduttore è un lavoro paziente di ricerca continua, una ricerca
solitaria e
quotidiana senza la quale i confini in cui viviamo,
immaginiamo e pensiamo sarebbero assai più stretti. Eppure il
traduttore è un po' il fantasma della letteratura, è per questo che
mi è venuta voglia di scrivere due righe per ricordare chi ci ha reso possibile leggere qualcosa altrimenti illegibile.
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