martedì 7 giugno 2016

Zorba, l'uomo, la carne, la morte e il diavolo

Il titolo allude a quello di un celebre saggio di Mario Praz, “La carne, la morte, il diavolo nella letteratura romantica” non perché Alexis Zorba, il protagonista di “Zorba il greco” di Nikos Kazantzakis, sia un eroe romantico ma perché sicuramente con la carne, la morte e il diavolo ha molto a che fare. Perché ha a che fare con la vita.
Tra l'altro siamo arrivati a lui proprio per un'assonanza con “Canne al vento”, nostra lettura immediatamente precedente, anche quello romanzo di carne e sangue, e perché si svolge su un'altra isola del Mediterraneo, grande e importante come la Sardegna, Creta.

Dice Zorba a un certo punto, al suo “padrone” che è l'io narrante: “Anche il corpo ha un'anima: abbine pietà. Dalle qualcosa da mangiare, padrone, dalle qualcosa. È la nostra bestia da soma, non lo sai? Se non la nutriamo a dovere ci lascerà a terra nel bel mezzo della strada”.

Per il 17 maggio dunque, come da tradizione, cena greca, tzatziki, olive, pomodori, pastitzio, e una buona dose di retsina e ouzo, molta nostalgia delle taverne greche per chi le conosce.... e naturalmente la musica di Mikis Theodorakis.

Da subito, Zorba ci appare come l'alter ego del protagonista che fortuitamente lo incontra al Pireo mentre sta per imbarcarsi per Creta per un affare che li legherà poi indissolubilmente.
Grande anarchico Alexis, quanto ponderato, riflessivo, inibito è Nikos (lo possiamo chiamare così, con il nome dello scrittore, visto che è di lui che si tratta). Nikos è un intellettuale, uno “scribacchino”; lo immaginiamo verso i trent'anni, vestito con proprietà e sempre in conflitto con la materia delle sue ricerche: tra tutte risalta uno scritto sul Buddha, sua croce e delizia. “Carne non esposta al sole” lo definirà Zorba.
Partono insieme, durante la notte il mare è agitato ma al mattino è calmo e color indaco, scenario perfetto per l'apparizione della “grande isola sovrana”. 


Zorba inizia il racconto di sé, della sua vita avventurosa, dalla Macedonia, dove è nato, a Creta, dove è già stato prima di ora a combattere insieme ai ribelli cretesi contro i turchi. Ha ucciso, anche barbaramente. È stato un brigante. Ora è contro la guerra. Anche se porta, come in quel caso, la libertà.
Sull'isola trovano da dormire nelle stanze affittate da Madame Hortense, una chanteuse che sotto il trucco pesante nasconde un'anima bambina e passionale. Zorba la farà felice, adulandola per amore e per rispetto della sua umanità. La chiamerà sirena e ninfa del mare e per lei sarà credibile, e questo è quel che conta. Del resto, dietro ogni donna per lui c'è Venere, la Donna.
Nell'isola, al di là dei suoi racconti, semplicemente guardandolo, Nikos conosce davvero Zorba. Prova un'ammirazione sconfinata per il suo sguardo primigenio sul mondo: “Tutte le cose sbiadite dalla consuetudine quotidiana riacquistavano lo splendore che avevano i primi giorni, appena uscite dalle mani di Dio”. Zorba balla in riva al mare come un uccello e in poche occasioni, tirandolo fuori con delicatezza dalla sua custodia di stoffa, suona il salterio. Il ballo e la musica sono la sua seconda natura.
I due lavorano insieme per la miniera di lignite, Nikos è il padrone, Zorba il primo dei lavoranti. Si integrano nella comunità locale ognuno a suo modo. Ci sono storie efferate che accadono, come quella della vedova seduttrice che si muove come il personaggio di una tragedia, i monaci fuori di testa e con la tunica bisunta che ricordano certi preti russi di Dostoevskij, ci sono i benpensanti, i misogini, i poveri di spirito... una comunità dai tratti universali.
Tra i dubbi esistenziali dello “scribacchino” e le potenti visioni del brigante, che ogni volta che guarda il cielo stellato lo vede per la prima volta, ne è soggiogato e lo descrive come un profeta, si dipana la storia cretese dei due, destinata ad interrompersi in modo drammatico.

Sappiamo che Zorba, anzi Zorbàs, è un personaggio reale: Kazantzakis lo conobbe sul Monte Athos nel 1914, mentre era lì come visitatore. Zorbàs, che si chiamava Jorghis, era un taglialegna. Divennero amici e collaboratori e realmente lavorarono in una miniera di lignite, come quella del romanzo, ma nel Mani (Peloponneso). Lo scrittore lo portò con sé nel 1917 nel Caucaso, per una missione politica (riportare in Grecia gli elleni che vivevano lì da epoche lontanissime). Si separarono nel 1920 e nel 1942 Kazantzakis venne a sapere da un maestro di Skopje che Zorbàs era morto. Ma “Nulla di suo era morto in me. Come se tutto ciò che aveva toccato Zorbàs fosse diventato immortale”. Scrisse così, nel 1943, a Egina, in quarantacinque giorni, “Vita e opere di Alexis Zorbàs” (divenuto poi, nella traduzione inglese, “Zorba the Greek”).


Una piccola curiosità legata al Premio Nobel. Nikos Kazantzakis, uomo di cultura vastissima, instancabile viaggiatore e prolificissimo scrittore, nonché traduttore dal greco antico al neogreco dell'Iliade e dell'Odissea, autore di una monumentale Storia della letteratura russa e della traduzione della Divina Commedia, è andato molto vicino all'assegnazione del Premio.
Lo scrittore morì nel 1957. Proprio in quell'anno, il premio veniva assegnato ad Albert Camus, per un solo voto di differenza. Due anni dopo, il 16 marzo 1959, Camus scrive a Eleni Kazantzakis
Nutrivo una grande ammirazione e se mi consente una sorta di affetto per l'opera di suo marito. Non dimenticherò mai che, proprio nel giorno in cui mio malgrado ricevevo un riconoscimento che Kazantzakis meritava cento volte più di me, ho ricevuto un suo telegramma tra i più magnanimi.”

Sulla tomba di Nikos Kazantzakis, a Heraklion, c'è un motto – si direbbe – inventato da Zorba:


Non mi aspetto nulla. Non temo nulla. Sono libero


martedì 24 maggio 2016

Italia, Sardegna, Canne al vento...



Martedì 12 aprile ci siamo incontrati per parlare di “Canne al vento” di Grazia Deledda, prima immersione nella letteratura italiana dopo tanti titoli stranieri. La cena a tema è stata all'altezza della tradizione: pane carasau in abbondanza, crema di tonno (siciliano, piccola deroga), splendidi gnocchetti con salsiccia e pecorino, vino Vermentino e Cannonau. Infine, dei dolci morbidi a forma di caramelle fatti con il miele e le mandorle. Secondo la ricetta non dovevano venire così, ma erano squisiti lo stesso.
Anzitutto abbiamo parlato della sorpresa (per molti di noi dovuta a semplice ignoranza) di essersi trovati davanti a un racconto solo apparentemente naturalista/verista, intriso di magia e di atmosfere decadenti, non solo nel senso proprio della parola riferita alla decadenza materiale della famiglia Pintor, ma anche in quello stilistico: decadentismo dei contenuti allusivi e malinconicamente pessimisti, come le parole che li evocano.

Galte è il paese in cui è ambientato il romanzo (o novella? o lungo racconto ?). È un nome di fantasia ma allude a Galtellì, antica baronìa e sede vescovile del nuorese, alle pendici del monte Tuttavista.
Il territorio di Galte è funestato dalla malaria che ha origine nelle paludi del fiume Cedrino.
La malaria affligge con le sue febbri ricorrenti Efix, ovvero il protagonista del romanzo, che ci viene incontro alla prima riga, insieme alle dame Pintor, di cui è il servo.
Lo seguiamo nel “poderetto” in collina che ancora gestisce per le sue dame: Ester, Ruth, Noemi. Ce n'era un'altra, Lia, l'ultima, che però è fuggita anni addietro nel Continente.
Efix non riceve compenso per il suo lavoro: le dame sono in rovina e mantenere il podere è una forma di resistenza al disastro, tacitamente accettata dalle parti.
Come tutti nel paese, Efix sente numerose presenze magiche intorno a sé: sono le “panas” (donne morte di parto); il folletto con sette berretti che fugge per il bosco inseguito da vampiri con la coda d'acciaio; le “janas”, piccole fate cattive; giganti che si affacciano tra le montagne: “tutto un mondo di creature che anima le colline e le valli”.
Una pittrice oggi novantenne, Bonaria Manca, originaria di Orune, nel nuorese, ha dipinto le pareti della sua casa di Tuscania con gli oggetti della memoria. C'è anche un essere misterioso, che lei chiama “Eknokeo”, un gigante. Eccolo:


Torniamo ad Efix: attraverso i suoi ricordi, che animano le sue faticose giornate, conosciamo tutti i Pintor, compresi i genitori delle dame, donna Maria Cristina e don Zame “rosso e violento”, morto in circostanze misteriose su cui il paese mormora da sempre e che verranno svelate pienamente verso la fine del libro, le quattro figlie che il padre non voleva far sposare se non a uomini degni di loro. Dopo la morte del padre e la fuga di Lia, le tre nubili si sono chiuse sempre di più nel loro arcaico mondo. Solo una volta all'anno l'universo chiuso di Galte partecipa al rito quasi dionisiaco della festa intorno alla chiesa di San Pietro, dove si fanno fuochi, si canta , si balla, si intrecciano sguardi e, soprattutto, si ride. Così è oggi la chiesa:


In questo microcosmo in disfacimento arriva, come un sasso tirato nello stagno, la notizia del prossimo arrivo di Giacinto, figlio di Lia, la quarta figlia Pintor, quella fuggita nel Continente. La storia si dipana da questo momento in poi intorno a questa sorta di “deus ex machina”, bello, ingenuo, straniero e tuttavia legato per via di sangue a queste terre. A differenza della tragedia greca, dove il “deus ex machina” arrivava per risolvere, intorno a Giacinto (che naturalmente è squattrinato), tutto si complica e presto si assiste – come direbbe Freud – al “ritorno del rimosso”: il desiderio sessuale fa ribollire il sangue, le passioni prorompono, il giovane diviene oggetto delle tante aspettative represse per tanti tanti anni. Forse - ci siamo detti - è questa l'ossatura del racconto: come i vari personaggi fanno fronte (o soccombono) a questo scatenarsi delle passioni.
Poco a poco la rovina si abbatte anche su Giacinto, le aspettative si sgonfiano e pian piano si annuncia la tragedia finale che però arriverà diluita e dai toni smorzati, come se il fatalismo che pervade il romanzo sia mitigato proprio dalla capacità di (quasi) tutti di essere “canne al vento”, battute, strapazzate e fustigate ma ben radicate nella terra arida da cui traggono sostanza.

Restano profondamente impressi i personaggi, descritti con grande efficacia: Efix, eroe biblico e omerico, le tre dame (le Tre Parche...), Giacinto, il più “canna al vento” di tutti, il possente Don Predu, che con la sua possente vitalità riesce alla fine a convincere Noemi a sposarlo.
Sarebbe troppo lungo parlare delle protagoniste femminili: Deledda conosce bene e rappresenta in tutta la sua complessità quell'universo femminile di inizio secolo, stretto da una società paternalista e repressiva. Ne è scappata per tempo, non vi tornerà mai più, ma non possiamo fare a meno di lei per conoscerlo.
Grazia Deledda (Nuoro 1871-Roma 1936) scrive “Canne al vento” nel 1913 dopo che si è trasferita a Roma nel 1900, in seguito al matrimonio. Scrisse moltissimo, aiutata in ciò dalla scarsa frequentazione di salotti letterari.
Ricevette il Nobel nel 1926, secondo scrittore italiano dopo Carducci. Questa la motivazione:
Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano.

martedì 29 marzo 2016

Adieu Anna Karenina

Nel giorno fatidico 8 marzo abbiamo detto "Adieu Karenin", abbandonando il ponderoso capolavoro di Lev Tolstoj che ci ha impegnato per un paio di mesi. È stato un addio malinconico, mitigato, come nella migliore tradizione dei nostri incontri, da manicaretti, stavolta "à la russe". Degno di menzione lo stufato di carne alla Stroganoff, offerto dalla padrona di casa. E poi la torta di limone "Anke", preparata magistralmente da Luisa. La torta prende il nome del medico che ne aveva dato la ricetta alla madre di Sof'ja Tolstaja e che si dice non mancasse mai nei pranzi delle ricorrenze della famiglia Tolstoj. Per non parlare poi dell'accompagnamento musicale filologico, davvero notevole: Francesco ci ha fatto ascoltare durante il convivio l'opera "Quadri da un'esposizione" di Modest Musorskij di cui si conoscono diverse orchestrazioni ma che in realtà era stata scritta per pianoforte nel 1874, subito dopo la visita del musicista alla mostra in onore dell'amico pittore Viktor A. Hartmann, morto improvvisamente l'anno prima. Ebbene, "Anna Karenina" ufficialmente venne pubblicata nel 1877 ma la prima apparizione fu in una rivista nel 1875, quasi in contemporanea con i "Quadri" di Musorskij, da noi ascoltati per pianoforte così come uscirono, quasi a braccetto di Anna, a Pietroburgo. Ecco un'immagine, il dipinto cui si riferisce l'ultimo movimento dell'opera: "La grande porta di Kiev", 

e il suo "sonoro": 


Pietroburgo e Mosca, saloni da ballo, preziosi abiti ornati di pizzo nero, ma anche stivaloni e fango di palude, rumori di uccelli e di cani, tramonti bellissimi e notti fascinose passate all'aperto, sdraiati sulla paglia, in compagnia dei mužiki, nel grande caleidoscopio di azioni e riflessioni che impegnano i tanti e diversissimi personaggi. Luisa ha proposto un'interessante lettura del personaggio di Anna su cui ci siamo trovati tutti piuttosto d'accordo. Anna è un personaggio "mosaico", una sorta di figura "collage", le cui caratteristiche sono anche contenute e sparse negli altri personaggi. Il dire la verità, l'essere preda della passione e al contempo raziocinante e frivola, sono tratti che troviamo in altri personaggi: il dire sempre la verità, per esempio, la associa a Konstantín Levin, e siccome quest'ultimo è sicuramente un personaggio autobiografico, è piuttosto chiaro che anche Anna lo sia. Un alter ego femminile, dalla sorte tragica, con un treno in comune....
La scrittura densa e impegnativa, di una leggendaria precisione, non concede tregua, soprattutto quando si parla di nascite e di morti (della morte ci sono descrizioni di una fisicità assoluta e priva di orpelli; del resto, Tolstoj è l'autore de "La morte di Ivan Il'ic"), ma anche nei momenti di mondanità più lieve.
Insomma, questo Ottocento russo sembra tanto distante ma non lo è affatto.
E per quanto riguarda i fermenti di lotta di classe e l'atteggiamento di Tolstoj rispetto alla terra e ai contadini, così importanti per la sua ricerca esistenziale, e soprattutto la sua influenza sul pacifismo, invece che rintracciarli nell'opera, e consegnarli a questo post, inseriamo, su segnalazione di Luisa, riflessioni su un Tolstoj "indiano", tratte da "Peacelink", blog pacifista, e basate principalmente su: Bori-Sofri, Gandhi e Tolstoj. Un carteggio e dintorni, Il Mulino 1985 

Gandhi venne conquistato dalla lettura de "La lettera a un indù" scritta da Tolstoij nel 1908-1909. Il 24 maggio del 1908 Taraknath Das, giovane indiano bengalese rivoluzionario anti-britannico, scrisse a Tolstoij: "Voi odiate la guerra, ma la fame in India è spaventosa più di qualsiasi guerra...non per penuria di alimenti ma a causa del depredamento della popolazione e della spoliazione del paese da parte del governo britannico". Tolstoij riceve la lettera il 7 giugno e comincia a scrivere 'Lettera a un indù'. Vi si dedicherà per 6 mesi scrivendo ben 27 stesure successive per 413 fogli diversi. Das riceve la risposta di Tolsoij che verrà pubblicata come lettera aperta, con una sua replica, nel marzo-aprile 1910. Anche Gandhi la legge, ne viene rapito, e il 1° ottobre scrive a Tolstoij chiedendogli a sua volta l'autorizzazione a pubblicarla. Tolstoj la concede e la lettera viene pubblicata, non senza difficoltà, su "Indian Opinion' a puntate tra dicembre-gennaio 1909-1910.
L'ultima lettera che Tolstoij scrisse a Gandhi è datata settembre 1910, pochi mesi prima della sua morte.
Nel necrologio che scrisse per lui, Gandhi evidenzia così il maggior merito di Tolstoj: «La grande virtù di Tolstoj fu di mettere in pratica ciò che predicava»


Passando in Italia nel 1931 il Mahatma andò a fare visita, a Roma, a Tatiana Tolstoj, figlia di Lev Tolstoj, vedova Sukhotin. Quando Gandhi fu ucciso, il 30 gennaio 1948, Tatiana scrisse a Nehru, il 3 novembre 1949, per chiedere la grazia per i due assassini condannati a morte.
Gandhi così sintetizzò il pensiero di Tolstoij :
Gli uomini non devono accomunare ricchezze, non devono sfruttare il lavoro altrui.
Per quanto male ci faccia una persona dobbiamo fargli del bene.
Occorre badare ai propri doveri più che ai propri diritti.
L'agricoltura è la vera occupazione dell'uomo.


giovedì 5 novembre 2015

Conrad e la linea d'ombra

Nel nostro incontro di martedi 27 ottobre  abbiamo parlato dei libri di Joseph Conrad che avevamo scelto di leggere, La linea d'ombra e Cuore di Tenebra
Quando ci vediamo per discutere di un libro e per scegliere il titolo del prossimo, non ci diamo mai dei compiti precisi - vige una sorta di anarchia ben temperata - perciò anche questa volta ognuno ha portato quello che più gli sembrava interessante per il confronto.
Luisa aveva portato un utilissimo schema che riassumeva la complicatissima vita del nostro autore, Sonia e Laura alcuni articoli, Rossella la prefazione a Il negro del Narciso, in cui è esposta la poetica letteraria dell'autore. È tutto qui, in calce alle note.




Il nostro giudizio è stato molto positivo, in generale. Conrad, nonostante la definizione un po' snob di Virginia Woolf (un "ospite illustre" della letteratura inglese), è uno scrittore grande, grandissimo. La sua capacità di descrivere le ambiguità che si annidano nel profondo dell'animo umano immensa. 
La consistenza più esatta del personaggio principale è proprio nel suo punto di massima ambiguità. Così per Kurtz in Cuore di tenebra, così per la voce narrante de La linea d'ombra.
Si è detto che, essendo il mare sfondo quasi unico dei suoi racconti e romanzi, quasi un iper-personaggio, gioco forza i personaggi sono sempre maschili visto che sulle navi di donne non ce n'erano - e pure adesso sono pochine. Ma non è un mondo solo al maschile: le insofferenze apparentemente senza motivo, le intuizioni fortuite e illuminanti, gli atti meschini e la potenza dei momenti di solitudine, forzata o meno, sono comprensibili appieno da una lettrice. 

Lo stesso linguaggio marinaro, così preciso e ricorrente, non è che un lettore maschio lo abbia necessariamente tanto più a portata di mano. Inoltre, si diceva, all'interno di una visione metaforica, che Conrad permette, anzi sembra a volte incoraggiare nei suoi libri, le fasi di bonaccia e di improvvisa tempesta possono richiamare anche esperienze femminili, quelle durante il travaglio per esempio.

La lettura psicologico/psicanalitica, della Linea d'ombra, è anch'essa trasversale quanto al genere: il momento del passaggio dal mondo dell'indistinzione adolescenziale al mondo adulto (che è quello che il protagonista descrive) ha per tutti una "linea d'ombra", una fase depressiva dalla quale sembra non si possa o non si voglia uscire (la bonaccia). 




Come si vede i commenti sono stati più su La linea d'ombra che su Cuore di Tenebra perché quest'ultimo non era stato letto da tutti e perché effettivamente più ostico (dando anche solo un'occhiata in rete ci si rende conto di quanto qui l'ambiguità, anche sulla questione coloniale, renda la lettura molto problematica). Si è sottolineata la potenza della suggestione della tenebra, che Conrad descrive in tutte le sue forme:  all'inizio, quando immagina gli uomini delle truppe dell'impero romano immersi nella grande tenebra inospitale delle foci del Tamigi, in mezzo a barbari che si annidano nel buio (qualcuno ha richiamato "Aspettando i barbari" di Coetzee, anche per il personaggio di Kurtz), la tenebra degli alberi spropositati lungo le rive toccate dal brigantino nella "missione" in Africa, tenebra anche quando c'è il sole, un sole feroce.






Dalla prefazione al Negro del Narciso di Joseph Conrad  

Un’opera che aspiri, per quanto umilmente, a dignità d’arte, deve recare la propria giustificazione in  ogni riga. E l’arte stessa può definirsi un tentativo sincero di rendere la massima giustizia all’universo visibile con il porre in luce la verità molteplice ed una, che sta sotto a ogni sua apparenza. È il tentativo di scoprire nelle sue forme, nei suoi colori, nella sua luce, nelle sue ombre, 
nelle apparenze della materia e nei fatti della vita, ciò che in ciascuno di essi è fondamentale, ciò che è durevole ed essenziale - la loro qualità unica, determinante e chiarificatrice - la verità stessa del loro esistere.

[...] l’artista si richiama a quella parte del nostro essere che non dipende dalla sapienza; a ciò che in  noi è dono e non cosa acquisita, più durevole quindi, e permanente. Egli parla alla nostra facoltà di gioia e di meraviglia, al senso del mistero che circonda le nostre vite; al senso della pietà, della 
bellezza, e del dolore; al senso latente di comunanza con il resto del creato e all’elusiva ma invincibile fede in una solidarietà che unisce la solitudine di cuori innumerevoli, a quella solidarietà 
nei sogni, nella gioia, nel dolore, nelle aspirazioni, nelle illusioni, nella speranza, nella paura, che lega gli uomini uno all’altro, che lega tutta insieme l’umanità, i morti ai vivi e i vivi a coloro che verranno.

[...] E se la sua coscienza è pulita, la sua risposta a coloro che chiedono [...] di essere istruiti, consolati, divertiti, di essere prontamente migliorati, o incoraggiati o impauriti, o scioccati, o ammaliati [...] deve essere questa: "Il mio scopo [..] è,  attraverso il potere della parola scritta, di farvi ascoltare, di farvi sentire, ma prima di tutto di farvi vedere. Questo è tutto, e nulla più. Se ci 
riuscirò, troverete qui, secondo i vostri desideri: incoraggiamento, consolazione, paura, fascino - tutto quello che domandate - e, forse, anche quello scorcio di verità che avete dimenticato di 
chiedere.


Di seguito alcune note biografiche su Conrad:

Joseph Conrad (Teodor Jósef Konrad Naleçz Korzeniowski)

Prima fase della sua vita
3.12.1857 - Nasce  da Apollo Korzeniowski (patriota, letterato, traduttore) e da Evelina Bobrowska 
(di lingua francese), nei pressi di Berdicef, in una zona che era stata parte del Regno di Polonia ma 
che era allora un territorio sotto il controllo della Russia (oggi in Ucraina)
1862 - il padre viene arrestato per attività sovversive e condannato all’esilio nel nord della Russia
1865 - la madre segue il marito in esilio ma si ammala e muore a 34 anni. Joseph va a vivere con la 
nonna e lo zio Tadeusz
1866 - il padre ottiene la libertà condizionata e porta con sé il figlio a Cracovia e Leopoli
1869 - il padre si ammala di tbc e muore. Joseph ritorna a vivere dallo zio
1873 - visita la Svizzera e, per la prima volta, fa una breve traversata da Venezia a Trieste.
Seconda fase della sua vita
1874 - Conrad parte per Marsiglia. Si imbarca sul veliero "Mont Blanc" e raggiunge la Martinica. 
Al ritorno si imbarca nuovamente per le Antille.
1877 - a bordo di una piccola nave ,"Tremolino" (rievocata ne "Lo specchio del mare") 
contrabbanda armi a favore dei carlisti. Per impedire la cattura da parte degli spagnoli fa naufragare 
la nave che si schianta sugli scogli.
Terza fase della sua vita
Joseph va in Inghilterra, si imbarca sul "Mavis" e va a Costantinopoli.
Torna in Inghilterra e fa servizio lungo le coste inglesi. Su di un altro veliero raggiunge Sydney. Sul piroscafo "Europa" viaggia per il Mediterraneo. Quando ripartirà sul veliero "Loch Etive" ha i galloni di terzo ufficiale
1881- si imbarca sul "Palestine" come secondo ufficiale. La nave, diretta a Bangkok, si incendia e 
Conrad ritorna in Inghilterra.  Si imbarca sul "Riversdale" diretto a Madras ma litiga con il capitano e va a Bombay, dove trova un ingaggio sul "Narcissus". Prende il brevetto di primo ufficiale, raggiunge Singapore e poi Calcutta
1886 - ritorna in Inghilterra. Ottiene la cittadinanza inglese e il grado di capitano di lungo corso. 
Partecipa ad un concorso letterario bandito dalla rivista "Tit-bits" con il racconto “The black mate” ("L'ufficiale dai capelli neri").
1887 - inizia a scrivere il romanzo “La follia di Almayer” e va a Giava come primo ufficiale sul veliero "Highland forest". A Singapore è vittima di un incidente e viene ricoverato all’ospedale di Singapore. Ristabilitosi, riparte con il piroscafo "Vidar"  con destinazione Malesia, Borneo, Isole Celebes (oggi Sulawesi)
1888 - il capitano del brigantino "Otago" muore e Conrad eredita il comando della nave. Dal porto di Bangkok raggiunge l’isola Maurizio. Dopo 14 mesi si dimette e fa ritorno in Polonia dallo zio Tadeusz. Quando lascia nuovamente la Polonia raggiunge il Congo, dovrebbe prendere il comando  di un battello fluviale ma si ammala. Lascia il Congo e torna a Londra.  Si ammala nuovamente e va 
a curarsi in Svizzera. Una volta guarito fa ritorno a Londra dove dirige un magazzino di merci.  Poi si imbarca e ritorna in patria per 2 mesi
1890 - va in Congo per lavorare con la società anonima belga dell’Alto Congo. Ma viene colpito da febbre e dissenteria. Sarà ricoverato un mese in ospedale a Londra 
1894 - si reca a Rouen per imbarcarsi per il Canada.  Ma prima di salpare abbandona la nave e, dopo vent’anni di viaggi, mette fine alla sua carriera di marinaio. Ha finito di scrivere “La follia di Almayer”.
Quarta fase della sua vita
1895 - l’editore Fisher Unwin pubblica “La follia di Almayer”
1896 - pubblica “Il reietto delle isole” e sposa con rito civile Jessie George, figlia ventiduenne di un libraio 
1897 - scrive “Il negro del Narciso”, “Karain”,“Il ritorno”
1898 - nasce il figlio Borys. Scrive “Gioventù”. Inizia a lavorare sia a “Lord Jim” che a "Cuore di tenebra”
1900/1901 - scrive “Tifone”
1903/1904 - “Nostromo”
1905 - ottiene un sussidio di 100 sterline al mese dal governo inglese, vive in ristrettezze, i suoi libri vendono poco e sta per nascere il secondo figlio
1906 - nasce John Alexander, conclude “L’agente segreto”
1910 - compone il “Compagno segreto”
1911 - compone “Un briciolo di fortuna”
1912 - scrive "Freyra delle sette isole" e il romanzo "Vittoria"
1905/1912 - scrive “Destino” che gli dà improvvisamente uno stato di  agiatezza
1915 - scrive “La linea d’ombra” dedicandolo al figlio Borys, prossimo ad andare in guerra
1915 - è in viaggio in Austria; riesce ad evitare l’internamento dovuto alla sua cittadinanza britannica, e torna in Inghilterra
1918 - va in Corsica per raccogliere materiale per un romanzo di ispirazione napoleonica
1923 - si reca in America. È l’ultima volta che viaggia per mare.
3.8.1924 muore a Bishopsbourne, nel Kent. La pietra tombale nel cimitero di Canterbury lo ricorda con il nome Joseph Teador Konrad Korzeniowski 

Di seguito due articoli di cui si è discusso:

Michele Mari, Quando l'arte di scrivere viene dal mare, Corriere della sera 2 novembre 1998

Claudio Magris, Nascere è cadere in mare, Corriere della sera, 12 agosto 2003

martedì 3 novembre 2015

Stato dell'arte del nostro gruppo, per riprendere un discorso.....

Questo blog è nato qualche anno fa per tenere memoria dei nostri incontri e aggiungere link, foto, video. 

Sono belli i nostri incontri, qualsiasi sia l'autore, ognuna* porta argomenti e materiali che sembrano fatti apposta per rimbalzare attorno alla tavola. Sì perché naturalmente si tratta di un simposio, di un convivio, nella migliore tradizione umanistico/mediterranea. A volte è capitato persino di farle a tema le cene. Memorabile quella cinese, dopo la lettura di Mo Yan e memorabile pure lo sformato a forma (scusate il bisticcio) di isola di Shikoku, dopo la lettura di Kenzaburo Oe.

Il blog è stato per un po' silente.... Tutte molto multitasking per necessità o per vocazione (o per tutte e due le cose), l'abbiamo perso per strada, succede. Ma da qualche tempo ci dicevamo che era il caso di riattivarlo perché a causa del vino conviviale molto spesso la lucidità si offusca e così la capacità mnemonica, ed è un male perché la letteratura e gli scambi letterari aggiungono sale alla vita.






Eccoci dunque qui a fare il punto. 

Nel primo anno di attività avevamo scelto il generico tema "adolescenza" ma presto ci era venuto a noia (siamo tutte, chi più chi meno, stufarelle) e così ci siamo orientate verso una categoria "alta", i Nobel. Facendo delle deviazioni dovute a volte a come ci girava, ma spesso sull'onda di una suggestione dalle letture fatte.

Anzitutto ecco cosa abbiamo letto nei due anni precedenti. Ma niente paura! Sono solo solo elenchi di libri letti (nell'ordine in cui ci sono piaciuti) poi seguirà un post con un riassunto di quello che ci siamo dette durante l'ultimo incontro, su Joseph Conrad. 

Durante l'estate del 2015 abbiamo letto un libro di Anna Bikont, Joanna Szczęsna, Cianfrusaglie del passato. La vita di Wisława Szymborska.

*fino al 2014 siamo state solo donne, dal 2015 s'è aggiunto un amico di una di noi.




I ciclo 

Virginia Woolf - La signora Dalloway

Natalia Ginzburg - Le piccole virtù

Murakami Haruki - After Dark

Doris Lessing - Il sogno più dolce

Maria Pia Veladiano - La vita accanto

Elena Ferrante - L'amica geniale

Michela Murgia - Accabadora

Silvia Avallone - Acciaio

Massimo Ammanniti - Crescere con i figli





II ciclo

Alice Munro - In fuga

Carson McCullers - Riflessi in un occhio d'oro

Mo Yan - Sorgo rosso

J.M. Coetzee - Aspettando i barbari

J.M.G. Le Clézio - Il continente invisibile

Herta Müller - Cristina e il suo doppio

Orhan Pamuk - Il mio nome è rosso

Mario Vargas Llosa - Diario di una ragazza cattiva





III ciclo

Mary McCarthy - Il gruppo

Toni Morrison - Amatissima

Alice Walker - Il colore viola

José Saramago - Il memoriale del convento

Nadine Gordimer - Nessuno al mio fianco

Kenzaburo Oe - La vergine eterna

Vladimir Nabokov - Lolita

Nagib Mahfuz - Notti delle mille e una notte

sabato 31 ottobre 2015

La signora Dalloway

Eccoci alle prese con un gigante della letteratura, Virginia Wolf. 

La signora Dalloway è stata una digressione, una deviazione dalla strada maestra che abbiamo scelto di seguire: gli ultimi premi nobel per la letteratura, più precisamente i libri più venduti degli autori premiati. Il primo della lista è stato Il Sogno più bello, di Doris Lessing, la cui corposità e complessità ha messo in crisi più di qualcuno ma che, alla fine, ha stimolato molte riflessioni e qualche lettura. Tra queste, appunto, La signora Dalloway senza la quale, forse, Doris Lessing non sarebbe stata la stessa.
Così, preso in mano il libro, ci siamo trovate a camminare per le strade di Londra condotte dalla penna magistrale di Virginia Woof. E camminando camminando abbiamo scoperto, come sempre, cose curiose e divertenti. Per esempio, questo blog , tutto dedicato a Clarissa Dalloway e alle sue passeggiate, che consente di conoscere i luoghi incantevoli di Londra visti con gli occhi di una persona d'altri tempi.
Virginia Woolf è morta nel 1941, epoca in cui l'umanità disponeva già di qualche supporto tecnologico. Così, grazie a un registratore, la sua voce è arrivata fino a noi. Magia? No, potenza di you tube!
Clicca qui per ascoltarla






La vita di Virginia Wolf è stata raccontata in un romanzo di Michael Cunningham, The Hours. Nel 1999 il libro vinse il premio Pulizer e conquistò fama mondiale. Nel 2002 il romanzo inspirò il film omonimo di Stephen Daldry, mirabilmente interpretato da Nicole Kidman nel ruolo di Virginia Woolf. Di seguito la scena iniziale del film.









giovedì 11 aprile 2013

Open, la mia storia

Sto leggendo Open, l'autobiografia di Andre Agassi. Non avrei mai pensato che potessi interessarmi  alla vita di un tennista, ma un giorno un amico mi ha inviato la sua recensione del libro. La potete leggere di seguito.
Grazie Paolo.

Amo il tennis. L’ho giocato tanto e lo seguo quando posso. Ancora adesso ogni tanto prendo la racchetta in mano. Erano tempi epici signori miei: Mc Enroe, Borg, Wilander, Connors. Ero giovane e avevo bisogno di eroi. Uno di quegli eroi era Andre Agassi. Quello che mi ha sempre colpito in lui erano due cose: lo sguardo e i piedi. Aveva uno sguardo sempre un po' smarrito, un po' strano. Qualcosa tipo “ma io cosa ci sto a fare qui?”
I piedi invece erano rivolti verso l’interno. Camminava strano quasi in punta di piedi. Il suo gioco era diverso da tutti gli altri. Sostanzialmente c’erano attaccanti e “fondo campisti”. Lui invece era una via di mezzo, colpiva la palla non mentre scendeva ma mentre saliva e tirava bombe che lasciavano gli altri a bocca aperta.



Avevo letto che il suo libro autobiografico, Open, fosse bello e me lo sono comprato. È in effetti molto bello e appassionante. La peculiarità sta nel fatto che ti fa meditare su un concetto molto particolare e molto forte che scopriamo mentre leggiamo le sue parole. Andre è stato costretto dal padre a giocare a tennis. 
Il padre, di origini Iraniane/Armene, lo ha praticamente torturato da quando era piccolo. Aveva costruito un campo da tennis nel suo giardino e una macchina tipo cannone che sputava le palle da tennis a 100 km orari. Faceva riposare Andre solo quando tutto il campo era pieno di pallette e lui non poteva più tirarne una.
Insomma, Open è la storia di un campione di tennis che odiava il tennis. Bello no? Una specie di Amleto che vive tra Wimbledon e gli US Open. Capisce che la sua professione gli permette di vivere, ma odia vivere quella vita. Una contraddizione in termini che lo porta naturalmente ad alti e bassi, alla scelta di provare la droga per poi decidere di aprire una fondazione e aiutare i bambini disagiati. 
Un uomo fragile e forte, un campione con i piedi storti.
Agassi ci racconta delle sue epiche partite contro Sampras, del suo amore con Stefi Graff e delle persone che lo hanno aiutato nella sua carriera a fare le scelte giuste e a non cadere nel vuoto più profondo.
Il libro è il prodotto di un lungo lavoro fatto da Agassi con J.R. Moehringer, giovane scrittore e giornalista vincitore persino di un Pulitzer. Moehringer non ha voluto mettere il suo nome sul libro per il rispetto della storia che era ed è solo di Agassi. Naturalmente viene citato dal campione e ringraziato per la sua professionalità.
Un bel libro che scorre come una partita di tennis piacevole e dura. Una piacevole sorpresa che raccomando a tutti i genitori che accompagnano i loro figli in piscina, nei campi di calcio, in palestra.
Guardatevi allo specchio e guardate i loro occhi.
E soprattutto controllate che le punte dei piedi non siano rivolte verso l'interno.

Buona lettura

Paolo Trippa