martedì 17 luglio 2018

Fenoglio e Pavese

Beppe Fenoglio, Una questione privata



Questo blog va un po' a balzelloni: colpa degli impegni di noi tutti e della redattrice usuale soprattutto, ed è un po' difficile seguire il “senso” delle letture. Perché un senso c'è. Verso l'inizio dei nostri incontri avevamo scelto i premi Nobel, poi la scrittura femminile, poi il Mediterraneo e le sue voci; poi, durante l'autunno/inverno 2017-2018 abbiamo intrapreso, dopo “Il sentiero dei nidi di ragno”, una sorta di ciclo ideale sulla guerra e la Resistenza che partiva da “Una questione privata” di Beppe Fenoglio, passava per “La casa in collina” di Pavese, per terminare con “La Storia” di Elsa Morante.
Neanche lontanamente è possibile dare conto di tutti gli intrecci, le idiosincrasie, gli agganci, i rimandi che ci sono venuti in mente tra questi libri e che abbiamo discusso nei nostri incontri e così iniziamo a fare un resoconto “minimo” dell'accoppiata Fenoglio/Pavese, rispettivamente discussi il 24 ottobre e il 24 novembre 2017, a un mese di distanza l'uno dall'altro
Diciamo anzitutto che Fenoglio ce lo ha in un certo senso “consegnato” Calvino.
Nell'introduzione al “Sentiero” infatti aveva scritto: “Fu il più solitario di tutti che riuscì a fare il romanzo che tutti avevamo sognato, Beppe Fenoglio, e arrivò a scriverlo e nemmeno a finirlo e morì prima di vederlo pubblicato… Una questione privata … è costruito con la geometrica tensione di un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l'Orlando furioso, e nello stesso tempo c'è la Resistenza proprio com'era, …con tutti i valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione, e la furia. … È al libro di Fenoglio che volevo fare la prefazione, non al mio.”

L'edizione Einaudi del 1986 contiene sia “Una questione privata” che “I ventitré giorni della città di Alba”. Il secondo, del 1952, è il primo libro pubblicato di Fenoglio mentre “Una questione privata” è uscito poco dopo la morte, nel 1963, così come postumo è il libro forse più famoso, anche per via della sperimentazione linguistica, “Il partigiano Johnny” comparso nel 1968 e che nelle intenzioni di Fenoglio doveva essere il cuore di una sorta di epopea della Resistenza.
Figlio di un macellaio di Alba, Amilcare, e di una donna che parlava unicamente il dialetto albese, forte e intelligente come il figlio, dopo la scuola dell'obbligo Beppe viene iscritto al liceo, dove nasce e si sviluppa la sua passione per la lingua inglese.
Entra nell'università nel '40 ma nel '43 viene richiamato alle armi, poco tempo prima dell'Otto settembre, e già nel gennaio del '44 entra nelle formazioni partigiane, prima con le Brigate Garibaldi, poi con i badogliani.
Sono gli anni in cui si situa la scena di entrambi i romanzi di Fenoglio ma, come abbiamo detto, entrambi sono stati pubblicati nel dopoguerra, con non poche polemiche della critica militante che stigmatizzava, dei Ventitré giorni, il tono beffardo e irriverente e, della Questione, il tono intimistico, esistenzialistico, e – appunto – privato.

Sicuramente Vittorini, con cui condivideva l'interesse per la lingua inglese, e Calvino, conosciuti quasi in contemporanea, furono determinanti per la sua affermazione visto che lo stimarono e lo incitarono alla scrittura e alla pubblicazione. Ma ancor più determinante fu il generale interesse verso un tipo di scrittura che dagli Stati Uniti mostrava come si potesse “ procedere ad orecchio della vita e non a riflessione sulla vita” (Vittorini). Vittorini, Pavese e Fenoglio – al di là delle numerose differenze - sono accomunati dalla ricerca di una prosa quanto più possibile aderente alla realtà, anche se diverse sono le declinazioni della “realtà”.

Breve sunto tratto dal sito www.centrostudibeppefenoglio.it:

Il romanzo, incompiuto, narra la vicenda del partigiano Milton, un giovane studente universitario che, durante un’azione nelle vicinanze di Alba, rivede la villa sulla collina dove era sfollata Fulvia, una ricca ragazza torinese, incontrata quasi due anni prima.
Milton ama Fulvia, ormai lontana: ricorda i momenti trascorsi insieme, le letture e la musica che hanno ascoltato; ma la villa, ora, è immersa in un’atmosfera di spettrale abbandono.
La custode, in un breve colloquio, rivela al giovane gli incontri avvenuti tra Fulvia e Giorgio Clerici, un comune amico. Il racconto suscita nell’animo di Milton un’angoscia profonda; e l’amore per Fulvia, l’amicizia per Giorgio, la gelosia, si fondono in un’unica passione ossessiva: il desiderio di conoscere la verità.
I temi fondamentali di questa storia romantica sono l’amore e la Resistenza; ma il tragico turbamento individuale prevale sulle vicende politiche.
Milton vuole incontrare Giorgio: comincia, quindi, la sua ricerca affannosa, in un paesaggio divenuto ostile per la presenza avvolgente di una fitta nebbia.
Giorgio Clerici è stato catturato dai fascisti e condotto ad Alba.
Milton organizza uno scambio: sequestra un sergente fascista, ma è obbligato ad ucciderlo, perché il prigioniero tenta di fuggire.
Il sospetto del tradimento di Fulvia e l’ansia di conoscere la verità non abbandonano il protagonista del romanzo: Milton decide di ritornare nella villa; ma incontra una colonna fascista che lo costringe ad una fuga quasi interminabile, ai limiti della resistenza umana.
L’eroe solitario, ormai estraneo alla realtà che lo circonda, corre fra il cielo e la terra; poi, crolla sotto gli alberi di un bosco che, protettivo, lo accoglie.


Questa la trama. Muore Milton? Si salva? “Gli si parò davanti un bosco e Milton vi puntò diritto. Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro da quel muro crollò”. I fratelli Taviani, che hanno tratto un film dal libro, preferiscono lasciare aperta la vicenda del protagonista: quel che è certo è che la caduta è la fine del deragliamento emotivo del protagonista e dunque è la fine del libro, inteso come ricerca forsennata e impossibile della verità.

Nel gruppo c'è stato un accordo fondamentale su quello che il libro lascia dopo la lettura. Non solo il senso del “furore” ariostesco di questo continuo andare, sprofondare nel fango, uccidere quasi per caso, ma anche la fisicità del paesaggio: sembra di toccare quella nebbia che oscura la vista, di sentire l'odore del cibo impervio che si cucina nei rifugi di fortuna. E, per contro, l'atmosfera rarefatta, intellettuale, o meglio cerebrale, della relazione con Fulvia prima del precipitare della storia. “Over the rainbow”, che ossessivamente girava nel grammofono della casa prima abitata poi deserta di Fulvia, è la colonna sonora di questa sorta di mancata storia d'amore, arcobaleno che annega nei tonfi, negli sprofondamenti e nel bianco e nero dello scenario in cui si muove il partigiano badogliano Milton, alter ego di Fenoglio: “Sempre sulle lapidi, a me basterà il mio nome, le due date che sole contano e la qualifica di scrittore e partigiano. Mi pare d’aver fatto meglio questo che quello”.




Cesare Pavese – La casa in collina




Fenoglio muore per malattia a 41 anni, Pavese si toglie la vita a 42. Uomini giovani, per i parametri di oggi, già maturi per gli anni '50, quando la loro generazione si rimetteva in piedi dopo la guerra civile.
Entrambi originari delle Langhe, terra di poche parole e di ottimi vini (ma Pavese detestava il vino rosso), a giudicare dai ricordi di coloro che li hanno conosciuti, sembra che avessero personalità per parecchi versi simili, in cui un altissimo rigore intellettuale e morale si associava a un riserbo e a una ritrosia molto accentuati e, in Pavese, a una estrema vulnerabilità.

Si è spesso detto, a ragione, che Fenoglio abbia voluto, più che fare un affresco della Resistenza, dare conto dell'eterna lotta tra bene e male, come si ritrova nella poesia epica e come si trova nella amata letteratura inglese (Milton, nome di battaglia del protagonista de “Una questione privata”, è l'autore del Paradise lost). E c'è chi ipotizza, altrettanto a ragione, come la scelta della letteratura inglese rispetto a quella americana sia stata determinata dal bisogno di Fenoglio di distanziarsi dall'ombra ingombrante del “conterraneo” Pavese, affermato scrittore, che già nel 1932 si era cimentato con la traduzione del Moby Dick di Melville e che si era laureato con una tesi su Walt Whitman.

Di Pavese abbiamo scelto “La casa in collina” proprio perché è l'altro punto di vista rispetto alla guerra partigiana, quello di chi sceglie di non parteciparvi in prima persona.
Fu pubblicato nel 1949, insieme a “Il carcere” che però risale al 1938-39, parte di una trilogia che include anche “Il compagno”, pubblicato nel 1947.

Anche qui, come in “Una questione privata”, siamo intorno all'8 settembre 1943, immersi nella guerra civile.
Il racconto è in prima persona e certamente nei tratti del protagonista Corrado è riconoscibile Cesare, che rimane in città a svolgere il suo lavoro di professore, sale in collina la sera e dorme in una casa che gli offrono due donne, Elvira e sua madre: la casa in collina del titolo. Ha con sé il cane Belbo. Nei pressi c'è un'osteria in cui sta un partigiano di nome Fonso e altri, tra cui Cate, una donna con cui Corrado ha avuto una tormentata e amara storia d'amore a Torino, tempo prima. Cate ha con sé il figlio, che si chiama Dino. Corrado pensa sia suo figlio e si lega moltissimo a lui.
Corrado è antifascista ma sconta un'apatia che sconfina nella vigliaccheria, un tratto di sé che non gli piace ma che lo connota in profondità e origina dal profondo dissidio di un antifascismo che non sa farsi pratico.

Tu, che dici? Che cosa faresti – chiese Cate, seria.
Tacquero tutti, e mi guardavano.
Ammazzare, – dissi – levargli la voglia. Continuare la guerra qui in casa. […]-
Tu lo faresti? – disse Cate.
No, – risposi. – Ci sono negato.

Corrado è negato alla guerra; la guerra, spiega nelle prime pagine, è una sorta di tana in cui si è raccolto il sordo rancore con cui si è conclusa la gioventù. Un giorno, tornando in collina dalla città, assiste non visto all'arresto di Cate e degli altri da parte dei nazisti. Scappa e si rifugia a Chieri, in un collegio di preti, dove poco dopo lo raggiunge Dino. Ma non si sente al sicuro neanche lì e fugge di nuovo. A quel punto inizia una sorta di angosciato vagabondaggio per le colline; perde la strada (non è più il cammino consueto e tranquillizzante che lo portava, la sera, alla casa in collina: cerca la strada di casa dei suoi genitori ma non la riconosce più), assiste a un'imboscata di partigiani che ammazzano dei tedeschi. L'imboscata non è descritta, sono descritti solo, in modo indimenticabile, i morti ammazzati.
Il libro finisce con la guerra ancora in atto. Corrado, nell'ultimo capitolo che riassume tutte le sue riflessioni politiche, esistenziali e di relazione tra gli uomini e le donne, tra gli uomini e i propri nemici, fa alcune considerazioni, quasi una meditazione sulla morte. E lo fa con le frasi dall'andamento musicale cui ci ha abituato in tutto il breve testo, tipiche anche delle sue poesie; frasi “vere” in tutti i sensi possibili e che, una volta lette, non si dimenticano più. Parafrasando una frase della poesia “Ulisse”1:

Cesare ha un suo modo di parlare della guerra che, chi l'ha fatta, sa che può sentirlo compagno.

Ecco alcuni estratti del XXIII e ultimo capitolo:

“Ma ho visto i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso. Guardare certi morti è umiliante … Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione.
Ci sono dei giorni in questa nuda campagna che camminando ho un soprassalto: un tronco secco, un nodo d'erba, una schiena di roccia, mi paiono corpi distesi... Io non credo che possa finire. Ora che ho visto cos'è la guerra, cos'è la guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: - E dei caduti che facciamo? Perché sono morti? - Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero.”

1 Il ragazzo ha un suo modo di uscire di casa che, chi resta, s'accorge di non farci più nulla.

giovedì 19 ottobre 2017

La lingua salvata - Elias Canetti



“La lingua salvata. Storia di una giovinezza” è il primo volume, comparso nel 1977, di un'autobiografia in tre parti (le altre sono: “Il frutto del fuoco. Storia di una vita (1921-31)” e “Il gioco degli occhi. Storia di una vita (1931-37)”.
È dunque l'autobiografia dell'infanzia e dell'adolescenza di Elias Canetti, nato a Rustschuck (Ruse) in Bulgaria nel 1905. Tre anni dopo la sua nascita il suo paese diventava indipendente e poco dopo cominciavano le guerre balcaniche, da cui la Bulgaria uscì con un forte ridimensionamento territoriale.
Balcanica in età moderna e ottomana per cinque lunghi secoli, la Bulgaria è dunque una terra multiculturale e ha un rapporto pacifico con gli ebrei (Canetti è un ebreo di doppia origine sefardita, per via di padre e per via di madre): durante l'impero ottomano non c'erano ghetti e anzi il paese si era aperto agli ebrei espulsi dalla Spagna. Un atteggiamento di apertura che continua anche in epoca di persecuzioni naziste: Hannah Arendt ricorda ne “La banalità del male” che nel 1943 il metropolita ortodosso nascose il rabbino capo mentre la popolazione e il parlamento si opponevano alla deportazione degli ebrei arrivando a tentare di fermare un treno diretto verso i campi di sterminio.

Chiudiamo qui le divagazioni storiche e introduciamo Canetti con le sue stesse parole: è l'incipit di "Auto da fé", l'unico suo romanzo, del 1935 (ma pubblicato nel 1963):

Che fai qui bambino?
Niente.
E allora perché ci stai?
Così...
Sai già leggere?
Oh sì.
Quanti anni hai?
Nove compiuti
Cosa ti piace di più: una tavoletta di cioccolata o un libro?
Un libro.

Dopo questo strano e arduo romanzo, definito da Thomas Mann “protervo e grandioso”,
che non fu capito e che è stato infatti pubblicato trent’anni dopo, Elias sente il bisogno di scrivere un racconto autobiografico. Al contrario del romanzo è un libro di facile lettura. Almeno apparentemente...

Si parte da Rustschuck e ci si immerge nel paradiso:

Rustschuk, sul basso Danubio, dove sono venuto al mondo, era per un bambino una città meravigliosa, e quando dico che si trova in Bulgaria ne do un'immagine insufficiente, perché nella stessa Rustschuk vivevano persone di origine diversissima, in un solo giorno si potevano sentire sette o otto lingue. Oltre ai bulgari, che spesso venivano dalla campagna, c'erano molti turchi, che abitavano in un quartiere tutto per loro, che confinava col quartiere degli «spagnoli» dove stavamo noi. C'erano greci, albanesi, armeni, zingari. Dalla riva opposta del fiume venivano i rumeni, e la mia balia, di cui però non mi ricordo, era una rumena. C'era anche qualche russo, ma erano casi isolati.
Essendo un bambino non avevo una chiara visione di questa molteplicità ma ne vivevo continuamente gli effetti.

In quest'ultima frase c'è forse il senso di tutto il libro, che in fondo non è altro che la storia di una educazione dentro alla molteplicità (parola chiave) delle culture e delle lingue. Un imprinting che ha prodotto un intellettuale, l'ultimo intellettuale del Novecento come è stato definito, allergico ai grandi sistemi teorici del suo secolo: in primis psicoanalisi e marxismo. Quasi un intellettuale “contro”, difficile da collocare criticamente. Continuiamo a divagare.... ma forse è l'unico modo per affrontare la scrittura di Canetti che sembra apparentemente molto organizzata, per moduli, per storie, per personaggi, ma che in realtà funziona come un tronco da cui partono rami da cui partono altri rami da cui ne partono altri, dove il fatto descritto non è che il nucleo di tasselli che vi si incastrano variamente. Anzitutto facciamo la conoscenza della famiglia, delle case in cui vivevano i suoi membri, dell'impareggiabile nonno paterno che si vanta di conoscere otto lingue (anche se in modo più che zoppicante) e che racconta con orgoglio di aver salvato la vita a un mercante su un battello del Danubio perché era riuscito ad orecchiare due uomini che volevano ucciderlo. Gli uomini parlavano greco, la lingua di Salonicco, città dove tanti ebrei della diaspora spagnola erano approdati. E lo spagnolo è la lingua che il piccolo Elias sente parlare in casa, uno spagnolo arcaico, risalente alla cacciata di fine '400.
E poi gli zingari, la paura e il fascino degli zingari che una volta alla settimana, il venerdì, arrivavano in un grande corteo con a capo il patriarca cieco, e avevano vesti colorate in cui dominava il rosso. Si sedevano nel cortile di casa Canetti e lì aspettavano doni e cibarie provenienti dalla cucina ebraica di quella casa, in attività per la cena dello Shabbat.
E poi, soprattutto, facciamo la conoscenza del personaggio centrale, Mathilde Arditti, la madre di Canetti, che lo forma, letteralmente. E lo forma attraverso la letteratura, anzi, attraverso i grandi personaggi della letteratura che secondo lei erano gli unici strumenti per una appassionata conoscenza degli uomini. La madre parla con il padre, Jaques Canetti, una lingua particolare, il tedesco, usata nei loro “felici anni di studio a Vienna”. Un linguaggio d'amore, che il figlio conoscerà molto più tardi e che sarà appunto – la lingua salvata.


Insomma, le prime pagine del libro ci restituiscono una vivacissima e molteplice vita di bambino, arricchita dalle favole popolari che gli raccontano le ragazze bulgare che venivano a prestare servizio in casa Canetti dalla campagna, storie piene di fantasmi e lupi mannari, cavalli e lupi che attraversano il Danubio ghiacciato.
Tutto ciò fino al 1911, quando la famiglia si trasferisce a Manchester in seguito alla decisione del padre di seguire gli affari di famiglia...
Comincia la carriera scolastica di Elias, che tanta parte avrà nel libro, e mentre impara con piacere la nuova lingua, la vita scorre tranquilla e avvolta dall'amore incondizionato del padre, figura dolcissima la cui tragica morte, per un improvviso attacco cardiaco, segna per sempre le vicenda familiari. Forse è proprio da allora che Elias dichiara guerra alla morte, e questa paradossale posizione – difficile da sintetizzare nei suoi contenuti teorici – fornirà la materia non solo al “Libro contro la morte”, ma anche alla sterminata messe di note e appunti che confluiranno nel monumentale “Massa e potere”, pubblicato nel 1960, al quale si era dedicato per 38 anni, dove la morte viene analizzata come uno strumento del potere.
La morte del padre avviene nel 1912 e da questo momento in poi avviene la saldatura affettiva, intellettuale, psicologica con la madre. Un rapporto simbiotico attorno al quale ruota tutto il libro e che probabilmente si struttura proprio intorno alla grande “mancanza” paterna. Secondo Luisa Marigliano, con la morte del padre la vita di Elias cambia totalmente:

La madre decide di insegnargli il tedesco. Glielo insegnerà senza ricorrere ad alcun sussidio didattico ma basandosi esclusivamente sull’oralità, sull’ascolto e la ripetizione di parole e frasi di cui Elias non comprendeva il significato. Possiamo immaginare i suoi balbettii incerti come quelli di un neonato. Il percorso fu lungo e doloroso ma alla fine lo condusse ad una seconda nascita non solo linguistica ma anche affettiva. Molto presto Elias Canetti iniziò a scrivere e lo lo fece in tedesco, la traduzione si compì spontaneamente nel suo inconscio.

Il libro procede come un mosaico di scene significative, piccoli aneddoti e scene tragiche, considerazioni (tasselli) su quello che una determinata scelta, un determinato episodio hanno provocato in futuro: alcuni di noi hanno visto in questo ricordare un andamento meccanico e poco in sintonia con la quantità di questioni emotive che vengono sollevate. E c'è sicuramente una differenza tra prima parte del libro, molto più vivace, con un'impronta quasi favolistica ed esotica, e la seconda parte, più “manualistica” ed elencativa, in cui gli avvenimenti (e persino le emozioni) sono trattati con un distacco “scientifico”, da entomologo, da esperto di “fenomenologia degli spinaci” come lo chiamava sarcasticamente la madre quando le sue passioni letterarie, da lei coltivate nel figlio, vengono offuscate da un interesse per la scienza.
La passione per gli aspetti scientifici dell'esistere nasce in Svizzera quando frequenta gli studi superiori.
Prima del soggiorno svizzero, Elias termina le elementari a Vienna. Qui avviene un fatto saliente: per la prima volta sperimenta il potere della massa: a soli nove anni, il primo agosto 1914, viene aggredito insieme ai fratellini dalla folla inferocita perché aveva cantato l'inno inglese in un parco proprio mentre veniva annunciato che la Germania aveva dichiarato guerra alla Russia: “Io non compresi bene che cosa avessi fatto di male; a maggior ragione, quindi, quella prima esperienza di una massa ostile mi si impresse indelebilmente nell’animo.”
Dicevamo della Svizzera: è l'approdo del libro, quello in cui matura il distacco dalla madre, esito di un lungo dissidio amoroso marcato dalle scelte intellettuali. È infatti l'epoca in cui Canetti incontra una serie notevole di personaggi importanti dal punto di vista intellettuale e in cui comincia ad avere – se così si può dire – una sua idea del mondo.
La madre si ribella, crede che il figlio sia diventato un uomo staccato dalla realtà, perso inutilmente in studi inutili. Sente che l'educazione a una elevazione morale (questo era per lei il senso della letteratura) è ormai finito, il figlio ha preso un'altra strada. Stabilisce un trasferimento in Germania senza sentire ragioni: la Germania è un paese che ha vissuto la guerra, può togliergli i grilli da “fenomenologo degli spinaci” dalla testa e dargli una dura scuola di realtà. Elias sente che la felicità è perduta, la cacciata dal paradiso, come la chiama, inaugura la sua vita di adulto.




Canetti con il "battaglione" di matite con cui scrive

Due citazioni per terminare: una fa parte della lunga storia dell'amore tormentato con la madre e ci dà il senso della complessità di questo legame, della “forma” della personalità di Canetti così come è forgiata da questo rapporto, e l'altra è la citazione di un brano che era molto piaciuto a Caterina Nodaro e che invece dà il senso di cosa è per lui l'educazione in rapporto agli insegnanti.
Allora non sapevo ancora cosa è la vastità , eppure la intuivo : il poter contenere in sé moltissime cose, anche tra loro contraddittorie, sapere che tutto ciò che sembra inconciliabile sussiste tuttavia in un suo ambito, e questo sentirlo senza perdersi nella paura, e anzi sapendo che bisogna chiamarlo col suo nome e meditarci sopra: ecco la cosa che proprio da mia madre ho imparato, ed è la vera gloria della natura umana.
La diversità degli insegnanti era sorprendente, è la prima forma di molteplicità di cui si prende coscienza nella vita. Il fatto che essi ci stiano davanti così a lungo, esposti in tutte le loro reazioni osservati ininterrottamente per ore e ore, oggetto dell'unico vero interesse della classe, impossibilitati a muoversi e dunque presenti in essa sempre per lo stesso tempo, esattamente delimitato; la loro superiorità di cui non si vuole prendere atto una volta per tutte e che rende acuto, critico e maligno lo sguardo di chi li osserva; […] e poi il segreto in cui rimane avvolto il resto della loro vita, in tutto il tempo durante il quale non stanno recitando la loro parte davanti a noi […] - come tutto questo agisce e si manifesta, è un'altra specie di scuola, del tutto diversa da quella dell'apprendimento, una scuola che insegna la molteplicità della natura umana, e purché la si prenda sul serio anche solo in parte, è questa la prima vera scuola di conoscenza dell'uomo.



lunedì 2 ottobre 2017

Il sentiero dei nidi di ragno


Per discutere de “Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino ci siamo incontrati in una calda serata di luglio sulla bella e ospitale terrazza di Valeria Curcio, in zona Quarto Miglio, allietati oltre che, come al solito, da ottimo cibo, anche da un magnifico tramonto con vista sul parco degli Acquedotti e molto altro.
Il libro di Calvino, la sua opera prima, si è aggiudicato l'ottavo posto nella nostra lista di preferiti tra i quarantadue letti e dunque grande è stato l'apprezzamento sia tra chi lo aveva già letto, sia tra chi lo leggeva per la prima volta.
Abbiamo naturalmente anche parlato a lungo della Prefazione, scritta dallo stesso Calvino nel 1964, diciassette anni dopo la prima edizione Einaudi del 1947. Non si tratta della semplice “introduzione” a un testo, ma di un fondamentale, mirabile e appassionato resoconto del clima letterario, sociale e politico dell'immediato secondo dopoguerra; nello stesso tempo un testo di critica letteraria e di note autobiografiche. Tra il 1964 di quella prefazione ed oggi è passato oltre un cinquantennio al centro del quale ha imperversato come un ciclone di vento maligno un feroce revisionismo che ha permeato così tanto l'opinione pubblica e il senso comune che Resistenza e Antifascismo sono oggi parole svuotate di significato e quasi obsolete. Questa prefazione è molto utile per liberarsi da quel vento e, se possibile, guardare avanti.
Calvino inizia ciascun paragrafo di questa prefazione con la frase “Questo romanzo è il primo che ho scritto...”. In effetti ha ventiquattro anni quando lo pubblica e - ci racconta - lo stile letterario che gli si è imposto (uno stile che non adotterà mai più in seguito) è quello neorealista, per il bisogno espressivo di dare voce a ciò che ha conosciuto e vissuto. Entrato nella Resistenza dopo l'8 settembre del '43 con il nome di “Santiago” (dal nome della città cubana dove era nato), conosceva molto bene un paesaggio e degli uomini e di questo vuole scrivere con verità. Una scelta etica, oltre che letteraria. Ma questa non è tutta la verità.


Anzitutto: scrive in una prima persona che non è “anagrafica” ma è quella, spostata in avanti, di un ragazzino, Pin, in bilico tra una fanciullezza negata e un'adolescenza precaria. Gli altri personaggi, fortemente caratterizzati, sono riferibili a persone che Calvino ha realmente conosciuto durante i mesi della lotta partigiana, ma “contraffatti, irriconoscibili”. Si rammarica, nella prefazione, di aver così caricato i caratteri dei suoi compagni “sotto la lente espressionistica” ma la contraffazione ha un senso poetico che gli permette di sfuggire a un doppio pericolo: la mitizzazione letteraria della Resistenza e la denigrazione revisionistica che era già in atto e che faceva leva sulla rappresentazione dei partigiani come dei pochi di buono mezzi o tutti delinquenti. Nel distaccamento del “Dritto” effettivamente sono tutti mezzi storti, come è storto Pin, l'unico che sa dove fanno i nidi i ragni e che è un personaggio dalla notevole complessità psicologica. Apparentemente è un picaro, un furfantello che le avversità della vita hanno scaraventato in un mondo adulto alieno e minaccioso, in cui si salva con espedienti vari. E la scelta di scrivere dal punto di vista di un ragazzo, oltre che dare al racconto un tono fiabesco, anche se di fiaba non lieve, è stato letto come una scelta di “leggerezza”, la leggerezza di cui scriverà Calvino nelle “Lezioni americane”, come racconta Silvana più sotto.
Ma va comunque tenuta presente l'identificazione dello scrittore con il suo personaggio, che non ha nulla di leggero: di nuovo nella Prefazione, Calvino definisce l'energia del giovane protagonista “una forza vitale ancora oscura in cui si saldano l'indigenza del 'troppo giovane” e l'indigenza degli esclusi e dei reietti”. Una sensazione che conosce per averla vissuta quando “il maturare impetuoso dei tempi non aveva fatto che accentuare la mia immaturità”. Un gorgo drammatico di sentimenti, paure, spavalderie, fragilità...

Forse è in parte autobiografico anche il personaggio che sta al polo opposto rispetto a Pin, l'uomo adulto, padrone delle proprie azioni e dei propri pensieri, il comandante Kim, voce recitante del discusso capitolo IX che, come Calvino stesso spiega, tanto è stato visto come slegato dalla storia che gli è stato persino chiesto di toglierlo dal libro. Alla fine, pur comprendendo che l'”innesto ideologico” in esso contenuto rompeva l'omogeneità del libro, ha deciso di conservarlo perché in fin dei conti rispettava il carattere “spurio e composito” con cui il romanzo era stato concepito. In una scena quasi teatrale (anche se all'aperto) Calvino esce dalla narrazione delle disavventure di Pin e compagni, e per bocca di due personaggi, Kim e Ferriera, che finora non sono comparsi ma che hanno potere di vita e di morte su coloro che abbiamo fin qui conosciuto, dà conto di alcune importanti questioni: perché si uccide, cosa si difende stando da una parte o dall'altra, chi è che sta combattendo e perché.
Noi abbiamo conosciuto durante la lettura del libro il distaccamento del Dritto, nella descrizione di Kim “gente che non ha niente da difendere e niente da cambiare. Oppure tarati fisicamente, o fissati o fanatici. Un'idea rivoluzionaria in loro non può nascere, legati come sono alla ruota che li macina”. Questa gente, facilmente può passare da una parte all'altra. Eccoci al punto: è dunque la stessa cosa combattere da una parte o dall'altra? “la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena”. Gli spari sono gli stessi, ma conducono in posti diversi nella storia: qua dalla parte del riscatto, di là dall'altra parte, semplicemente. E su questo Zaira Tarragoni si è soffermata riflettendo sul senso di questo riscatto che non è, non solo, il riscatto altisonante, eroico, nobile che, a volte, sembra essere così distante dal quotidiano, ma il riscatto del contadino dall'ignoranza, dell'operaio dallo sfruttamento. È un riscatto concreto e reale contro tutte le umiliazioni. Questo è il vero significato della lotta.

Prima di lasciare la parola a Silvana, un' ultima considerazione: nella stampa generata da quel processo di revisionismo dal volto feroce di cui si è detto, si è millantato il bisogno di “dare la parola a chi è stato per anni costretto a tacere dall'arroganza dei vincitori” (così l'ineffabile Giampaolo Pansa). E invece il lato oscuro della Resistenza, le sue ambivalenze o “stramberie” erano stati rappresentati già – e in forma letteraria altissima – da Calvino e da Fenoglio, oltreché naturalmente da numerosi storici.

“Una questione privata” di Beppe Fenoglio sarà la nostra prossima lettura. Non è un caso che l'abbiamo scelto: lasciamo la parola al Calvino della Prefazione al “Sentiero” e alle sue riflessioni sulla letteratura della Resistenza:

“Ma ci fu chi continuò sulla via di quella prima frammentaria epopea: in genere furono i più isolati, i meno “inseriti” a conservare questa forza. E fu il più solitario di tutti che riuscì a fare il romanzo che tutti avevamo sognato, Beppe Fenoglio, e arrivò a scriverlo e nemmeno a finirlo (Una questione privata) e morì prima di vederlo pubblicato […]
Una questione privata […] è costruito con la geometrica tensione di un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l'Orlando furioso, e nello stesso tempo c'è la Resistenza proprio com'era, […] con tutti i valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione, e la furia. […] È al libro di Fenoglio che volevo fare la prefazione, non al mio.”


Luisa Marigliano ha fatto una piccola ricerca sui genitori di Italo Calvino e ne sono usciti fuori ritratti che davvero sembrano usciti da un libro di avventura:

I genitori di Italo Calvino erano delle persone assolutamente fuori dal comune.
La madre, Eva Mameli, era imparentata con Goffredo Mameli, l’autore dell’inno nazionale. Nacque a Cagliari nel 1886 e fu la prima ragazza a frequentare un liceo pubblico cagliaritano riservato ai maschi e fu la prima docente donna all’università di Cagliari ove insegnava botanica. Sposò Mario Calvino con il quale ebbe 2 figli, Italo e Floriano. Quando il marito si trasferì, per motivi di sicurezza, a Cuba, lei lo seguì. Rientrarono in Italia nel 1925, Italo aveva 2 anni. Fu una donna estremamente coraggiosa tanto da non fuggire dai fascisti che inscenarono una finta fucilazione per ottenere da lei informazioni sui figli che erano entrati a far parte della lotta partigiana. Alla caduta del regime diresse la rivista ‘Giardino Fiorito’ e rispondeva a chi le scriveva per consigli sul giardinaggio.
Il padre, Mario, nacque a Sanremo nel 1875. Proveniva da una famiglia di mazziniani, anticlericali e massoni. Fu coinvolto in un intricato caso collegato al fallito attentato all’imperatore Nicola II. L’attentatore aveva con sé il passaporto e la tessera di giornalista di Mario Calvino che sostenne di aver subito il furto di tali documenti mentre viaggiava in treno e che, a causa dei suoi numerosi impegni, aveva dimenticato di denunciare il furto. Nel gennaio del 1909, sentendosi in pericolo, approfittò di un viaggio di lavoro in Francia e si imbarcò per gli Stati Uniti da cui raggiunse il Messico ove prese parte alla rivoluzione di Pancho Villa. Nel 1917 accettò l’incarico di Direttore della Stazione Sperimentale di agricoltura a Santiago de Las Vegas vicino all’Avana, a Cuba. Nella Biblioteca civica di Sanremo si trova il grande Fondo Mario Calvino e Eva Mameli Calvino donato alla città da Italo e Floriano Calvino nel 1979, anno di morte della mamma. Di tale fondo fanno parte 42.000 pubblicazioni, 1.000 volumi monografici, 212 periodici, 10.000 opuscoli e molte fotografie.

E queste - come anticipato – sono le considerazioni di Silvana Pestilli:

Forse le colline intorno a San Remo non sono più quel paradiso terrestre descritto nel “Sentiero dei nidi di ragno” dove Pin scorrazza abbuffandosi di fragole o di ciliegie, i cui noccioli gli servono, come nelle fiabe, per lasciare traccia di sé a Lupo Rosso. Un paradiso di ulivi, castagni, ciliegi, rododendri, torrenti, frullare d’ali che accoglie Pin tra cielo e lembi di mare che appaiono e scompaiono dietro le colline. Per meraviglie le colline di Pin rivaleggiano con l’isola di Arturo, ed esse fanno da volano alle fantasie e ai sogni eroici dei due bambini, entrambi abbandonati a se stessi. Se però nell’opera della Morante c’è la struggente consapevolezza che quel paradiso terrestre rievocato da Arturo è un paradiso perduto come quello dell’infanzia ( “L’isola di Arturo” viene scritta una decina d’anni dopo il Sentiero, a metà degli anni 50, con speculazioni edilizie in corso), nel “Sentiero” non si avvertono ancora insidie per quello stato di natura intatto.
In questo paesaggio favoloso, a ridosso del vecchio paese di carrugi bui e maleodoranti dove Pin, orfano dei genitori, vive con la sorella prostituta, la Nera di Carrugio Lungo, si intrecciano le avventure del piccolo e sfrontato vagabondo, con quelle di una banda sgangherata di Resistenti , quella del Dritto, variegata e alquanto ridicola.
Il Sentiero è un libro di guerra, ma il fatto che a raccontarne gli avvenimenti tragici - imboscate rastrellamenti tradimenti morti - sia Pin, attraverso il suo sguardo di bambino vecchio, ingenuo e spietato insieme, rende inusuale la prospettiva. I Resistenti , come nelle fiabe, sono personaggi deformati : il cuoco dell’ accampamento partigiano, il trotzkista Mancino, ha sempre sulle spalle un falchetto, Babeuf, che rimanda ai poveri capponi di Renzo: più il cuoco gesticola infervorato dalle sue stesse arringhe comuniste, che danno sui nervi a tutti, più Babeuf svolazza su e giù per la sua spalla; e il lettore di super gialli, Zena il Lungo, pigro al punto da non portare mai pesi quando si marcia nonostante le sue spalle da camallo, non smette di leggere neanche in battaglia: appoggia il libro sul mitragliere nelle pause di lettura usando il pollice come segnalibro e, al contrario di Mancino, coltiva sogni “liberisti”: pensa di andarsene in America quando finirà la guerra. Anche gli altri Resistenti non sono da meno in stramberia e inaffidabilità; e Pin si ritrova con loro a fare vita d’accampamento, all’ombra di una distesa di rododendri, tra episodi tragicomici di violenza e sesso , dei quali subisce la fascinazione spesso senza afferrarne il senso.
Sembrerebbe che tali personaggi abbiano parecchio in comune con i personaggi grotteschi di tanti film dei Coen ma solo apparentemente: per il disincanto con cui i due registi americani osservano l’abisso umano essi sono irrecuperabili nella loro idiozia; Calvino invece, pur deformandoli nei loro tic, attraverso lo sguardo straniante di Pin, disvela, dietro tali stramberie, in un’alternanza di finzione e realtà, vite cariche di “un’umanità ribollente di spietatezza e di natura” di cuochi, camerieri, contadini, ex carabinieri, che sperano, anche se confusamente, in un futuro migliore che ne riscatti le sofferenze .
Il capitolo IX, il cosiddetto capitolo “ideologico”, ha una sua utilità nel rappresentare l’idea che lo scrittore ha della guerra e di quanto essa gli sia incomprensibile, così come è incomprensibile al bambino il mondo degli adulti;“l’euforia di poter ricominciare da zero” propria di quegli anni, di chi crede nel progresso della storia che, anche con i suoi tempi lunghi, sarà portatrice di un futuro di uguaglianza democrazia libertà. Inoltre in tale capitolo, Calvino rende nota la sua posizione verso chi si è ritrovato a combattere dall’altra parte: la parte sbagliata; ed essa non è di condanna manichea, perché, anche in questo caso, si sono affidate speranze a ideologie: ”solo la morte dava alle loro scelte un segno irrevocabile”.
Nel “Sentiero” già si respira aria di Leggerezza: il valore letterario cui lo scrittore dedicherà la prima delle “Lezioni americane”. Ne cito un passaggio: “Mentre mi sentivo già catturare dalla morsa di pietra, come mi succede ogni volta che tento una rievocazione storico-autobiografica ( e il Sentiero è tale) ecco che Perseo mi viene in soccorso”. E infatti come Perseo, volando con i suoi calzari alati, riesce a decapitare la Medusa non guardandola direttamente ma guardandone l’immagine riflessa nello scudo, così Calvino si serve di uno “sguardo di scorcio”: gli occhi di un bambino, per raccontare la sua esperienza della Resistenza, sfrondandola da pesantezze retoriche, senza farsi “pietrificare” dall’ideologia. Ancora dalle Lezioni americane: “È in un rifiuto della visione diretta che sta la forza di Perseo, ma non in un rifiuto della realtà del mondo di mostri in cui gli è toccato di vivere, non fughe nel sogno o nell’irrazionale, bensì nel guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica …”. Celandosi dietro la visione indiretta dello sguardo di Pin, Calvino può alternare finzione e realtà pur non perdendo mai di vista gli orrori di quest’ultima: orrori filtrati dall’ingenuità del bambino, che evita all’autore derive patetiche. E grazie al fatto che a narrare è un bambino, Calvino, pur aderendo ai temi realistico-sociali del neorealismo, può sottrarsi agli “imperativi categorici dell’epoca” di celebrazione agiografica della Resistenza , mantenendo la libertà di interpretare gli eventi senza farsene, per l’appunto, “pietrificare”. Ne risulta una scrittura leggera, colorita dal dialetto e immediata . Scrittura che, pur nutrendosi di fatti, ne elude “l’opacità e la vischiosità“ plasmandoli al suo “ritmo interiore picaresco”; ed essa assume, nel vortice e nelle “giravolte” incalzanti degli avvenimenti, “l’agilità scattante e tagliente”, realizzando l’altro valore da lui espresso nelle celebri Lezioni americane: la Rapidità.
Così “Il Sentiero” - prima opera di Calvino- scritto nel 1946, contiene valori letterari rappresentati nelle Lezioni americane, scritte nel 1985, che l’autore intendeva portare , come valori imperdibili della letteratura, nel nuovo millennio allora alle porte, e che erano stati la sua cifra identitaria lungo l’arco di “quarant’anni di scrittura di fiction”.

Il critico Pietro Citati, grande amico di Calvino, raccontava in un’ intervista: “Due anni dopo la morte di Italo l’ho sognato. Lui mi diceva che non era morto. Mi diceva che il tragico non è la forma essenziale del mondo”.







sabato 19 agosto 2017

GERTUDE STEIN ALIAS ALICE B. TOKLAS

Felix Valloton, Gertrude Stein, 1907


Molto diversi i pareri su “Autobiografia di Alice Toklas” di Gertrude Stein (1874-1946), tema del nostro incontro del 6 giugno. Ad alcuni è piaciuto molto, ad altri così così, ad altri per niente. Avevamo scelto il libro come ideale termine del nostro piccolo viaggio nella letteratura americana per almeno due motivi strettamente collegati: Stein è una figura letteraria di prim'ordine nella storia della letteratura americana non solo per sé ma anche in riferimento e in rapporto alla letteratura degli americani “espatriati” incrociati a Parigi dove lei visse quasi ininterrottamente dall'età di 29 anni fino alla morte. Si tratta di Hemingway, Fitzgerald, Dos Passos, autori che erano stati, oltre a Faulkner e Steinbeck, oggetto delle nostre letture precedenti. Quelli che lei stessa chiamerà dopo la guerra “generazione perduta”. Come ben rappresentato da Woody Allen in “Midnight in Paris”, il salotto di Gertrude Stein (e di Alice B. Toklas, di cui parleremo diffusamente tra un po') in rue de Fleurus era una sorta di galleria privata d'arte contemporanea, teatro di cene e incontri con e tra artisti e scrittori, e punto di incontro di viaggiatori internazionali interessati a questo “milieu”. Il libro venne pubblicato nel 1933, pubblicato in Italia nel 1972 con la traduzione di Cesare Pavese. In questa traduzione molti di noi l'hanno letto, alcuni invece nella sfortunata (diciamo così) traduzione di Silvia Cecchini (anche se la pavesiana “una vita di contento” per “a pleasant life” non è che sia il massimo....). 
Il testo in inglese si trova online e lì è stato consultato. Andrea Colasanti, esponente del gruppo “dislike”, facendo un semplice “cerca”, ha trovato che il nome "Gertrude Stein" compare 272 volte compreso titolo e indice, "Alice Toklas" compare 1 volta, "Miss Stein" compare 29 volte, "Miss Toklas" 4 volte, "Alice" 7 volte, "Picasso" 81 volte, "Pablo" 15 volte, "Matisse" 55 volte, "Hemingway" 21 volte. Se sottolineiamo questo è perché alcuni di noi hanno riscontrato un fastidioso narcisismo, quasi da culto della personalità. Certo, Stein è autrice del famoso verso “una rosa è una rosa è una rosa”, spesso citato come esempio del suo assoluto disinteresse per il contenuto e viceversa per il suo attaccamento quasi maniacale alle cose come sono. Agli oggetti come si presentano ai nostri occhi. E indubbiamente l'”oggetto” della Autobiografia è Gertrude Stein, che finge che il soggetto scrivente sia Alice Toklas. 
Alice Babette Toklas (1877-1967), questo il nome per esteso, è stata la compagna di vita di Gertrude Stein, come lei americana di origine ebraica. Si conobbero a Parigi nel 1907 e non si separarono più. Il loro rapporto è stato un vero e proprio rapporto matrimoniale, in cui Stein ricopriva il ruolo di marito e Toklas quello - molto tradizionale - di moglie. Una moglie affettuosa oltreché impeccabile segretaria e dattilografa, totalmente immersa nel cerchio affettivo e intellettuale della sua compagna. Il primo capitolo del libro si intitola “Prima di venire a Parigi” e davvero, se non si sapesse già chi è il vero autore del libro, si sarebbe quasi indotti a pensare che si tratti di una autobiografia canonica. Quasi, perché, dopo un brevissimo cenno alla sua infanzia e giovinezza, inizia il racconto della “vita di pienezza” che iniziò con il suo arrivo a Parigi dopo l'incendio di San Francisco. La sostanza di questa vita di pienezza furono i tre geni che Alice incontrò a Parigi e di cui da adesso in poi parlerà. Nell'ordine: Gertrude Stein, Picasso e Alfred Whitehead. A questo punto comincia il gioco di specchi, Alice parla con la voce di Gertrude, una Gertrude che ha però il tono inconfondibilmente ironico di Alice. È noto infatti come nel registro di Stein l'ironia non compaia, e invece qui c'è ma è mescolata con lo stile semplice, paratattico (una rosa è una rosa....) suo proprio. Lunghi resoconti di cene con Matisse, Picasso, Juan Gris, relative mogli e compagne, filosofi e scrittori, critici d'arte, spesso ravvivati da un guizzo di ironia ma irrimediabilmente legati gli uni agli altri dagli innumerevoli e immutabili “e fu allora che...” che rendono un po' noiosa la cronaca preziosa di quegli incontri, di quel tempo, dei rapporti tra quei personaggi.


Henri Matisse, Donna con cappello, 1905 

Indubbiamente di grandissimo interesse il racconto delle esposizioni d'arte, dei dipinti di Cézanne, Matisse, Vallotton, Picasso... dei rapporti con il nascente mercato moderno dell'arte, di cui la stessa Gertrude Stein e prima di lei suo fratello Leo sono tra i protagonisti, i giudizi critici dati senza alcuna spocchia e anzi con una competenza quasi naturale. E così i succosi commenti (“Fernande [la moglie di Picasso] era bella ma poco maneggevole”) e le descrizioni degli artisti come uomini comuni, forse tra le cose più godibili del libro, con le loro piccolezze e idiosincrasie. Tanto che una delle critiche fatte al libro è che in fondo si tratta di una raccolta di pettegolezzi. Eccone uno: “A quei tempi Van Dongen era povero, aveva una moglie olandese vegetariana e alla sua tavola si viveva di spinaci. Sovente Van Dongen fuggiva gli spinaci in una bettola di Montmartre dove certe donnine gli pagavano quel che mangiava e quel che beveva”.

Gertrude, Alice e Fania Marinoff, moglie di Carl Van Vechten, in una foto di Van Vechten


Tutto questo fino a che “nella primavera e nella prima estate del '914 la vecchia vita ebbe fine”. Il capitolo (il sesto, “La guerra”) è molto interessante – soprattutto nella descrizione delle manovre della Stein con l'automobile che guidava ma di cui non sapeva ingranare la marcia indietro, mentre prestava servizio insieme ad Alice per l'American Fund for French wounded - ma noiosissimo: pieno di quei “ci piaceva tanto”, “era così caro”, “andavamo straordinariamente d'accordo” che, anche se riconosciamo come segno di stile, non incontrano il nostro gusto...

Pressoché impossibile dare conto di tutti gli incontri, di cui certo quello con Picasso fu il più importante (vedi sopra: occorrenze del nome), quello in cui si avverte persino un interesse psicologico, sebbene condito di improbabili teorie di vicinanza spirituale ed estetica tra Spagna e Stati Uniti... Del resto a Picasso Stein dedicò una piccola e interessante monografia e Picasso fece di Gertrude uno dei suoi più bei ritratti, poco prima della rivoluzione cubista. 
Così termina il libro su Picasso “Nel Novecento tutto si distrugge e niente continua, il Novecento quindi ha uno splendore tutto suo. Picasso è di questo secolo. Ha la singolare qualità di una terra che nessuno ha mai veduto, di cose distrutte come mai sono state distrutte. Picasso, dunque, ha il suo splendore.”


Picasso, Ritratto di Gertude Stein, 1905-1906, particolare

Prima di riportare il finale con agnizione dell'”Autobiografia di Alice Toklas” qualche altra parola su di lei, su questa donna piccola, fragile, minuta, ma così coraggiosa da vivere alla luce del sole un rapporto omosessuale con tutte le caratteristiche di un matrimonio tradizionale nei primi decenni del secolo scorso.
Luisa Marigliano, cui il libro è piaciuto moltissimo, ha fatto una piccola ricerca guidata da una intuizione “culinaria”, che si è rivelata corretta. Sottolineiamo en passant che il côté culinario è un precipuo interesse del gruppo, quasi inscritto nel suo DNA...

Ecco le considerazioni di Luisa:
Ho pensato che non poteva essere un caso che il racconto di Karen Blixen avesse come titolo “ll pranzo di Babette”. Ho consultato un po’ di articoli, blog letterari e di cinema…Sembra molto plausibile che il nome di Babette sia riconducibile alla figura di Alice Babette Toklas visto che le due Babette si affermarono come cuoche in terra straniera.
Alice Babette Toklas scrisse un libro di cucina pubblicato nel 1954 (The Alice B. Toklas cookbook) e tradotto in italiano come I biscotti di Baudelaire (2003). Ci sono più di 300 ricette che si intrecciano con ricordi della sua vita, racconti di un’epoca e dell’amore profondo che la legava a Gertude Stein. Al contrario dello stile paratattico di Gertrude, Alice adotta la tecnica narrativa del flusso di coscienza, flusso emotivo, di memorie, tecnica che abbiamo ritrovato in Faulkner, Dos Passos….Seguendo il flusso dei suoi ricordi ci racconta delle frittelle ….
Invece lo stile di Gertrude si può definire “cubista” e si fonda su scomposizioni, ricomposizioni, momenti spezzati che avvicinati si fondono ritmicamente.
Il libro di ricette è suddiviso in capitoli dedicati a temi precisi come “La tradizione francese”, “Il cibo nelle case francesi”, “Ricette suggerite dagli amici”.
La ricetta dei Biscotti Baudelaire fu data ad Alice dall’amico Brion Gysin che lo definiva ‘un cibo paradisiaco’ perché tra i suoi ingredienti aveva la cannabis sativa. Ecco cosa ha scritto Alice: “Se vi lascerete andare potrete provare quasi tutto quello che provò Santa Teresa”.
I biscotti li abbiamo gustati nel corso della nostra serata letteraria e culinaria (la cannabis sativa non c’era…non ce l'avevo!).   

Sempre di Luisa, brevi appunti sulla relazione delle due donne (se siete interessati a più informazioni, il web è abbastanza generoso).

Gertrude ed Alice si conobbero nel 1907. La data esatta non è certa, per alcuni era maggio e per altri settembre, quel che è certo che erano completamente diverse. Gertrude era grassa, autorevole, sexy e geniale. Alice era minuscola, nervosa, intelligente, guardinga e ostinata.
Alice entrò nell’atelier di Gertrude e cercò una sedia dove accomodarsi ma le sedie erano tutte ‘taglia Gertrude’, i piedi di Alice non arrivavano al pavimento.
Da quel giorno, ogni mattina Alice inviava a Gertrude un ‘petit bleu’( telegramma inviato con posta pneumatica ) invitandola ad una passeggiata , a recarsi in una libreria o a visitare una mostra. Un giorno Alice arrivò in ritardo e trovò Gertrude furiosa tanto che Alice riprese i guanti e si apprestò ad andare via ma Gertrude non poteva subire quest’onta. Con voce stentorea la richiamò: “Non è troppo tardi per una passeggiata”. Camminarono per la città per 2 ore, si baciarono e decisero di andare in vacanza in Italia insieme. Si baciavano, si abbracciavano per strada, divertite dagli sguardi scandalizzati dei passanti, anzi cercavano con le loro effusioni di provocare i passanti.
Alice non tornò mai più a San Francisco.
Erano in villeggiatura in Italia, a Fiesole, quando Gertrude, senza fiato e con i sandali in mano, chiese ad Alice di sposarla. Lei si emozionò tantissimo, si racconta che pianse per 3 giorni. Vi consiglio di andare vedere le foto del loro “matrimonio” che durò 36 anni.
Gertrude si alzava presto e iniziava a scrivere continuando fin quasi a mezzogiorno. Alice le preparava la colazione e gliela portava sulla scrivania. Nelle belle giornate andavano a pranzo in un piccolo ristorante a Saint Germain des Près.
Ricevevano molti ospiti illustri nella loro casa, Gertrude preparava il tema della conversazione serale, Alice cucinava. Alice amava molto le torte, i dolci e le aragoste.
La loro relazione era arricchita da una conturbante sessualità. Gertrude scrisse un manuale lesbico intitolando ‘Lifting Belly’, testo tradotto in italiano e pubblicato nel 2010. Nelle lettere che si scambiavano Gertrude si definiva il marito della coppia, Alice la moglie. Il nomignolo di Gertrude ‘mountain fattie’ , quello di Alice ‘’fattuski’.
Alice fumava tantissimo, era una ‘chain smoker’ (accendeva una sigaretta con il mozzicone di quella appena terminata).
Gertrude aveva un barboncino bianco, Basket, ed insieme ad Alice lo portava a spasso per tutta Parigi, a piedi o in macchina.Sempre di Luisa, brevi appunti sulla relazione delle due donne (se siete interessati a più informazioni, il web è abbastanza generoso).


Degli acquisti si occupava Alice e Gertrude rimaneva in macchina con Basket, tirava fuori il suo taccuino e scriveva.
Gertrude amava mangiare e amava la sensazione di sentirsi congestionata. Diceva di se stessa:’ Sin da quando ero bambina ho apprezzato la sensazione di sentirmi congestionata.

In occasione di un breve ritorno negli Stati Uniti, Alice aveva comprato una pelliccia e Gertrude un cappello di pelle di leopardo. Un’insegna luminosa di Times Square annunciò: ‘Gertrude Stein è tornata a New York’. Alice commentò: ‘Come se non lo sapessimo già’.
Nel 1945 ritornarono a Parigi ma il loro appartamento era stato sequestrato dalla Gestapo, Gertrude con l’aiuto di Alice forzò la porta, entrò e si accomodò sulla sua poltrona.
Nel 1946 Gertrude fu ricoverata d’urgenza all’American Hospital di Neuilly. Le fu diagnosticato un cancro allo stomaco. I medici le sconsigliarono l’intervento ma Gertrude era sicura di non morire. Alice accettò la sua decisione e l’accompagnò in sala operatoria camminando accanto alla barella. Gertrude non sopravvisse all’intervento. Fu sepolta a Parigi, nel cimitero di Père Lachaise.
Dopo la morte di Gertrude, Alice ebbe sia problemi di salute che economici; gli eredi di Gertrude, con uno stratagemma legale, le avevano portato via i dipinti che Gertrude le aveva lasciato. Alice, che si era convertita al cattolicesimo, volle essere sepolta accanto a Gertrude, e che il proprio nome fosse appena cesellato sul retro della lapide della sua amata, un'ombra come era sempre stata.

E questa è una lettera, scrittura e toni sono diversi dagli scritti letterari ed è di una tenerezza quesi sorprendente

Ecco dunque, come promesso, il finale dell'Autobiografia, piuttosto geniale.
E io sono una discreta donna di casa, una discreta giardiniera, una discreta cucitrice, una discreta segretaria, una discreta editrice, una discreta balia per cani, e debbo occuparmi di tutte queste cose in una sola volta: e mi riesce perciò difficile essere anche una discreta scrittrice.
Saranno sei settimane fa, Gertrude Stein mi dice: non mi sembra che abbiate nessuna intenzione di scrivere quell'autobiografia. Sapete quel che faccio? La scriverò per voi. La scriverò così semplicemente come Defoe scrisse l'autobiografia di Robinson Crusoe.
E così fece. Ed è questa.”